Female Portraits

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Female Portraits

Comunicato Stampa

Muratcentoventidue Artecontemporanea

Female Portraits

Maura Banfo, Iginio De Luca, Lello Gelao, Chrischa Venus Oswald, Anahita Razmi, Özlem Şimşek

La galleria Muratcentoventidue Artecontemporanea riprende il suo percorso espositivo con “Female Portraits” che vede la partecipazione di Maura Banfo, Iginio De Luca, Lello Gelao, Chrischa Venus Oswald, Anahita Razmi, Özlem Şimşek.
La mostra propone un originale confronto fra opere che attraverso linguaggi diversi, affrontano un tema comune, quello del ritratto femminile, una tradizione figurale che ha percorso ininterrottamente l’arte occidentale adattandosi all’evoluzione degli stili e delle forme. Il corpo femminile ed il volto in particolare è uno dei motivi più antichi e più comunemente mostrati nelle arti visive.
Le opere esposte in questa mostra ritraggono donne e nascono dall’analisi di un corpo femminile vivo nella sua complessità , soggetto attivo e non più oggetto della rappresentazione maschile, e sono attraversate da un sentimento di crisi e di inquietudine che riflette su come la rappresentazione dell’intimità femminile non sia non più ancorata a significati certi, legati a ruoli codificati.
Dopo anni d’irrequietezza “vagabonda” ad esplorare il mondo, Maura Banfo trova nella sua città natale, Torino, il proprio “nido” dove inizia una ricerca attraverso la fotografia come linguaggio predominante. Il lavoro di Maura Banfo dalla metà degli anni Novanta a oggi, ha segnato delle tappe importanti nel sistema dell’arte contemporanea italiana, con uno sguardo e una presenza significativa anche in ambito internazionale. Il percorso di Maura Banfo è caratterizzato da una coerenza interna che raramente si riscontra nell’opera degli artisti italiani della sua generazione. La forza del suo lavoro sta nel mantenere ben riconoscibile la propria impronta creativa e la propria poetica, ma in una continua scoperta di nuove sfaccettature e punti di vista. Lo stesso discorso vale per i media utilizzati: sebbene prevalga una preferenza per la fotografia, lavora con padronanza anche con il video, il disegno e l’installazione.
Il suo lavoro di raccolta di suggestioni comprende la produzione di lunghi scritti, scatti e disegni, ma anche la collezione di elementi appartenenti al regno animale e vegetale, ad esempio conchiglie o nidi che con certezza sono ormai stati abbandonati dai loro ospiti. Ognuno di questi piccoli mondi viene ascoltato, elaborato e tradotto in lavori dalla poetica molto diretta, in cui il pubblico può immedesimarsi e trovare un significato privato.
Nato a Formia nel 1966, Iginio De Luca si è diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma. E’ un musicista e un artista visivo, fa video, installazioni e performance. Negli ultimi anni la sua poetica si è concentrata soprattutto sulla produzione di video, di immagini fotografiche, ma anche di quelli che lui definisce blitz. Considerandoli a cavallo tra arte urbana e performance, l’artista compie azioni a volte sorvolando con aerei, altre proiettando immagini o scritte su edifici in rapidi raid notturni, altre ancora arrivando in luoghi con elementi di forte disturbo e impatto visivo, come cartelloni finto-elettorali. Ibridando etica ed estetica, tecnologia e azioni comportamentali, De Luca reclama l’interazione con l’ambiente e il pubblico, denunciando, tra ironia e impegno, la crisi di valori di questo nostro tempo. L’utilizzo di molteplici e differenti registri linguistici ha da sempre caratterizzato la sua progettualità e conseguentemente le scelte metodologiche ed operative, lasciando intendere che il denominatore comune è nella necessità di scardinare le certezze, di rompere i codici della formalizzazione espressiva, per tendere un tranello alla realtà, sorprendendola alle spalle.
In “Duecentosettanta°”, opera video realizzata nel 2007, vediamo un volto di una donna rilassato, tranquillo; il contesto è naturale, una villa, voci, terra, alberi e cielo. Poco a poco il paesaggio scorre dietro al volto, è la donna che si muove o è lo sfondo sul retro? Dopo aver attraversato gli alberi, la donna “atterra” di nuovo sul prato ma ormai il mondo è capovolto e il viso completamente deformato.
Questo video affida alla forza di gravità la possibilità di rivelare quella che è la nostra identità più inconscia e segreta, cambiando semplicemente il punto di vista.
Lello Gelao vive e lavora a Bari dove ha studiato pittura presso l’Accademia di Belle Arti.
La ricerca di questo artista insiste da qualche anno sul tema del ritratto attraverso una figurazione essenziale e intensa, grazie anche alla sua attenzione ai mass media e alla fotografia.
Le sue figure, stagliate su fondali anonimi, impercettibili, set senza tempo né spazio, sono immagini nitide, luminose, dagli intensissimi piani di colore, rese in una particolare prospettiva bidimensionale e private di ogni connotazione sentimentale, ma che riescono a comunicare una profonda risonanza psicologica.
Nei suoi quadri solitamente l’artista inserisce un unico personaggio, come nell’opera proposta in questa mostra , solo e distaccato fisicamente e psicologicamente, riuscendo a cogliere un momento particolare, quasi il preciso secondo in cui il tempo si ferma e tutto appare immobile, silenzioso. Il suo lavoro si caratterizza attraverso atmosfere vuote e ambienti rarefatti e parla di solitudine, di malinconia e di tempo sospeso. In “Flowers” , un dipinto a olio su tela, ritrae una bambina riuscendo a cogliere una dimensione interiore densa di inquietudine e mistero.
Chrischa Venus Oswald, nata in Baviera nel 1984, ha terminato i suoi studi di Belle Arti presso l’Università di Arte e Design di Linz (A) nel 2011. Nel 2007 ha ricevuto in Austria il Premio Diesel New Art per la fotografia, della cui giuria faceva parte Erwin Wurm. Il suo lavoro è stato esposto e proiettato in varie mostre nazionali e internazionali, ed è incluso in collezioni private, tra le quali la collezione di video di Manuel de Santaren. L’artista lavora su una gamma di media diversi, come la fotografia, il video, la video performance o il testo / poesia .Il lavoro di Oswald si basa spesso su approcci performativi o documentari ed è principalmente interessato alle relazioni, alla condizione umana e alle questioni esistenziali.
Le esperienze personali servono come punto di partenza per aprire narrazioni individuali per lo spettatore e quindi un mondo di molteplici significati ,al fine di coinvolgerlo stabilendo una relazione a livello visivo e concettuale . Il pubblico è spinto così a vedere alcuni aspetti della vita sotto una nuova luce.
“In Granny´s Dresses” è la continuazione dell’esplorazione della sua relazione con la mamma di suo padre che è morta nel 2014. Dopo il primo ritratto che le era stato permesso di fare nel 2005, aveva iniziato una collaborazione documentaria con lei fino alla sua morte. Nel 2014 ha realizzato “BED”, una videoperformance nel suo giardino, in omaggio a lei.
Questa serie di autoritratti presenta uno degli abiti da giardino di sua nonna in ciascuna delle immagini e uno dei suoi oggetti che ha portato con sé quando hanno ordinato le sue cose. L’artista si mette non nei suoi panni ma nei suoi abiti e li trasferisce dal suo ambiente abituale in Baviera al suo ambiente di vita a Lisbona al momento della creazione dell’opera. Niente si perde davvero, tutto si trasforma.
Anahita Razmi è una video artista e performer nata ad Amburgo che vive tra Berlino e Londra, il cui lavoro ruota attorno a trasferimenti e traslocazioni culturali. Lavorando principalmente con video, installazioni, nuovi media e performance, il lavoro di Razmi esamina i processi di appropriazione culturale in cui i significati di immagini, artefatti e quindi identità esistenti vengono alterati collocandoli in un altro contesto temporale. Nel fare ciò, spesso riflette su strategie di disordine e strutture di percezione espresse dai mass media della cultura pop e dei suoi consumatori sullo sfondo di diverse comunità tra Occidente e Medio Oriente. La Repubblica islamica dell’Iran, con le sue attuali condizioni e relazioni politiche e sociali, rimane un punto di riferimento aperto e ambivalente.
L’opera “Iranian Beauty “ è composta da un video-loop e da un foglio DinA4 ,incorniciato, della voce Internet di Wikipedia del 2013 su “L’unità valutaria meno preziosa”. Il video rievoca una scena iconica del film “American Beauty”, scambiando i petali di rosa della scena originale con le banconote del Rial iraniano. Al momento della produzione dell’opera, la banconota da 500 IRR valeva meno di 3 Eurocent (aggiornamento del 2019: meno di 1 Eurocent), il che pone l’Iran al primo posto dell’unità valutaria meno valutata; il tasso di inflazione aumenta in modo significativo ogni anno, – nel 2012 è stato registrato intorno al 40%.
L’opera si riferisce a questi numeri precari, che devono necessariamente essere considerati in relazione alle sanzioni economiche occidentali che negli ultimi anni si sono inasprite. Il momento di seduzione della scena del film citato fallisce: l’opera mette in discussione valore / svalutazione e mette in relazione una memoria cinematografica occidentale con le realtà economiche dell’oriente.
Özlem Şimşek è artista e fotografa che vive e lavora ad Istanbul. Le sue opere video e fotografiche e performative si concentrano su storie ufficiali e alternative della rappresentazione femminile in Turchia, ponendo l’accento sull’interazione tra rappresentazione , genere e identità . Şimşek si appropria, decostruisce e di conseguenza ricostruisce rappresentazioni di donne, nella fotografia e nella pittura nel contesto della storia turco-ottomana. Nelle sue opere Şimşek utilizza la pratica performativa per creare un punto di vista critico sulle rappresentazioni delle donne e porre domande sul concetto di identità poiché le donne in Turchia sono state viste come simbolo delle differenze culturali e ideologiche a partire dall’inizio del processo di modernizzazione fino ad oggi.
I video intitolati “Big Sister” e “Letter” fanno parte del progetto “l’autoritratto e l’ arte turca moderna” in cui Özlem Şimşek posa per la cinepresa e cerca di comportarsi come le donne raffigurate nei dipinti storici turchi moderni. Nel contesto di questo progetto crea una serie di opere video e fotografie che mettono in discussione la rappresentazione delle donne nell’arte e nella storia turca moderna. Il video intitolato “Big Sister” allude all’autoritratto di Leyla Gamsız del 1950 in cui vediamo una giovane donna in piedi ,con alle spalle dei fiori e con un’espressione severa sul viso. Il video intitolato “Letter” si riferisce all’omonimo dipinto di Nuri İyem del 1980 che mostra una donna che si preme una lettera sul petto con desiderio. Queste opere nascono da una fantasia , l’artista si chiede: “cosa succederebbe se una donna che fosse stata rappresentata attraverso una certa immagine improvvisamente provasse a liberarsi del ruolo attribuitole?”.
Sede
Muratcentoventidue-Artecontemporanea
Via G. Murat 122/b – Bari
Inaugurazione
Sabato 14 Dicembre, 2019, ore 19.30
Periodo
14 Dicembre – 30 Gennaio 2020
Orario di apertura
Lunedì, martedì e mercoledì solo su appuntamento
Dal giovedì al sabato, dalle 17.30 alle 20.30
Info
3348714094 – 3925985840
http://info@muratcentoventidue.com

CV

Maura Banfo (1969) vive e lavora a Torino.
I lavori di Maura sono stati esposti in occasione di numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero, tra cui Villa Giulia (Verbania), Palazzo Reale Arte alle Corti (Torino), SPSI Art Museum (Shanghai), Palazzo Birago (Torino), Castello di Rivara Fondazione Paludetto (Torino), Galleria Alessandro Bagnai (Firenze), Castel S’ Elmo (Napoli), Corpo 6 Galerie (Berlino), Fondazione Ferrero (Alba), Triennale Bovisa (Milano), Ateliers d’artistes (Marsiglia), Musee Espace Malraux (Chambery), Galleria AP4-ART (Ginevra), Arco (Madrid), Museo De Republica (Rio De Janeiro), Palazzo Bricherasio (Torino), Galleria Civica (Trento), Istituto Italiano di Cultura (Budapest), Galleria Fraktal (Cracovia).
Tra le varie partecipazioni ricordiamo nel 2012 il Festival Internazionale della Televisione di Shanghai, il 2010 a New York per il progetto Polaroid AIPAD. A marzo 2014 è stata l’unica artista italiana in residenza alla Fondation pour l’art la Napoule (Mandelieu-Cannes, France). Nel 2017 è stata ospite della residenza Made in Filandia, la Filanda di Pieve a Presciano, (Ar). Nel 2018 in occasione di Manifesta #12 Collateral Events, è stata invitata In residenza a Gran Tour en Italie a Palermo, a cura di Michela Eremita e Susanna Ravelli.
Il suo lavoro è presente in molte collezioni private e pubbliche (la Gam Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, il Castello di Racconigi, l’Unicredit Private Banking, il Museo della Fotografia di Cinisello Balsamo, l’Istituto Garuzzo per le Arti Visive, Palazzo Falletti di Barolo Torino, la Fondazione Castello di Rivara, Novella Guerra, Made in Filandia,…per citarne alcune).
www.maurabanfo.com

Iginio De Luca è nato a Formia il 21 agosto 1966. Vive a Roma e a Torino, insegna Decorazione e Installazioni Multimediali all’Accademia delle Belle Arti di Frosinone. Pur lavorando su molti campi, nella poetica di Iginio de Luca si riconosce un’unità molto intensa. L’artista ha realizzato diverse mostre personali e collettive, in Italia e all’estero. Tra le mostre personali nel 2018: Solarium, Spazio Fourteen Artellaro, Tellaro-Lerici, a cura di Gino D’Ugo, iailat, Sound Corner, Auditorium Parco della Musica, Roma, a cura di Silvano Manganaro. nel 2017: Riso Amaro, spazio Albumarte, Roma, a cura di Claudio Libero Pisano. Nel 2016: Expatrie, casa dell’Architettura, Roma, a cura di Giorgio de Finis -Nel 2015:” Nato a Formia e residente a Roma”, Galleria Gallerati, Roma, a cura di Sabrina Vedovotto. Nel 2013: Azioni, CIAC , Castello di Genazzano RM) a cura di Laura Mocci
Tra le mostre collettive nel 2018: Kizart, rassegna video, museo MAXXI, Roma, a cura della Nomas Foundation, I Martedi Critici, Accademia di Belle Arti di Roma, a cura di Alberto Dambruoso e Guglielmo Gigliotti. Nel 2017: Kizart, rassegna video, Palazzo delle Esposizioni, Roma, a cura della Nomas Foundation. Nel 2014: Frammenti di Italia,rassegna video, Palazzo Ducale, Genova a cura di Francesca Guerisoli.

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Lello Gelao è nato a Bari dove vive e lavora. Si è diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. Ha fondato nel 2007 l’associazione culturale Muratcentoventidue Artecontemporanea.
Il suo lavoro è stato esposto in Germania, Francia, India and in Italia a Bologna, Bolzano, Genova, Malo (Vi) , Milano, Verona, fra le sue ultime mostre personali :Uomini, Galleria Muratcentoventidue-Artecontemporanea, Bari 2010; Uomini, galleria Peter Tedden, Düsseldorf ,2010, Invisible Present, Galleria Muratcentoventidue-Artecontemporanea, Bari 2013; fra le sue ultime collettive: 2008Kunstart art fair Bolzano,2010,Quadriennale – Düsseldorf , 2011Verona ArtFair 2011,Contemporaneamente, Galleria Spaziosei, Monopoli (Bari) 2012; Sotto il segno dello Zodiaco, Galleria Spaziosei, Monopoli (Bari) 2015;2018 What we once were, Galleria Muratcentoventidue Bari, , 2018,Emschergold-Sammlung Tedden, Galerie Münsterland, Emsdetten, Germania.
www.lellogelao.it

Chrischa Venus Oswald è un ‘artista tedesca, nata in Baviera nel 1984, che attualmente vive e lavora tra Berlino e Lisbona.Ha terminato i suoi studi Arte Belle presso l’Università di Arte e Design di Linz (A) con un diploma con onore in 2011thNel 2007, lei ricevuto il Diesel New Art Award Austria per la fotografia – nella cui giuria era incluso l’artista Erwin Wurm. Il suo lavoro è esposto e proiettato in varie mostre nazionali, nonché internazionali ed è incluso in collezioni private, tra gli altri, la raccolta di video di Manuel de Santaren. I suoi video sono stati selezionati in vari Festival di video arte come Proyector Videoart Festival, Madrid (ES), , FUSO Videoart Festival, MAAT, Lisboa (PT), Femmes ‘Video Art Festival 2, Pizzo, Los Angeles (Stati Uniti), in più – Percorsi sperimentali “- Festival per il cinema sperimentale e video arte, D21, Lipsia e 2 ° OZONO Video International Art Festival, Katowice, Polonia.
Ha esposto nel 2012 in “The Eye of The Collector” opere selezionate della collezione di Manuel De Santaren, Villa delle Rose (MAMbo), Bologna, e nel 2014 in “Family Matters” con Sophie Calle, Nan Goldin, Hans Op de Beeck, Thomas Struth Jim Campbell, John Clang, Guy Ben-Ner, Courtney caldaia, Ottonella Mocellin + Nicola Pellegrini, Trish Morrisse, Palazzo Strozzina, Firenze.
http://www.chrischa-oswald.com/

Anahita Razmi è un’artista visiva con base a Berlino e Londra. Ha studiato Media Art and Sculpture presso la Bauhaus-University di Weimar, il Pratt Institute di New York e la State Academy of Art and Design di Stoccarda, prima di esporre a livello internazionale in istituzioni come Museo Jumex, Città del Messico, Zachęta National Gallery of Art, Varsavia, Kunstraum Innsbruck, Austria, Kunstmuseum di Stoccarda, Germania, Kunsthalle Baden-Baden, Germania, National Art Center, Tokyo e all’interno della 55a Biennale di Venezia.
I suoi video, installazioni e opere performative utilizzano e utilizzano erroneamente i parametri contemporanei di importazione / esportazione e commercio e facilitano le impostazioni tra un “Occidente” e un “Medio Oriente” in cui vengono inseriti i significati di immagini, artefatti e quindi identità esistenti domanda. La Repubblica islamica dell’Iran, con le sue attuali condizioni e relazioni politiche e sociali, rimane un punto di riferimento aperto e ambivalente nel suo lavoro.
Razmi ha ricevuto il Goethe al Lux Residency, Londra (2018), il Werkstattpreis della Erich Hauser Foundation (2015), il MAK-Schindler Artists and Architects-in-Residence Program, Los Angeles (2013) e The Emdash Award , Frieze Foundation, Londra (2011). Il suo lavoro è incluso in diverse collezioni internazionali come il Kunstmuseum di Stoccarda, il Museo Novecento, Firenze e il Davis Museum del Wellesley College, negli Stati Uniti, tra gli altri. Razmi è professore associato di Belle Arti (4D Pathway) presso Central Saint Martins, Londra. Il suo lavoro è rappresentato dalla Carbon12 Gallery, Dubai.
https://www.anahitarazmi.de/
https://www.carbon12.art/artists/anahita-razmi/

Özlem Şimşek è artista e fotografa e accademica. Ha conseguito un dottorato di ricerca in arte e design presso l’Università tecnica di Istanbul Yıldız con la tesi “Il gioco di ruolo e le pratiche in maschera: uno spettacolo personale”.”. Le sue opere e ricerche si concentrano sulla memoria e sulla rappresentazione visiva di identità di genere e multipla.
Şimşek si è laureata in fotografia all’università Dokuz Eylül con la tesi “La fotografia come nuovo modo di esprimersi nell’arte contemporanea dopo il 1980 in Turchia”. Ha ricevuto una borsa di studio dall’istituto svedese e ha studiato fotografia a Nordens Fotoskola / Svezia nel 2004. Attualmente è professore associato di progettazione della comunicazione visiva all’Università Ayvansaray di Istanbul.
Le sue opere sono state incluse in diverse mostre personali e di gruppo in Turchia e all’estero, in gallerie e musei tra cui il Museo Malmö, il Museo Pera, il Museo Elgiz e il Museo moderno di Istanbul. Şimşek, vive e lavora a Istanbul, in Turchia.
https://ozlemsimsek.com/


Swimming Pool

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Swimming Pool mostra muratcentoventidue

Comunicato Stampa
Muratcentoventidue Artecontemporanea

Swimming Pool
Elena Knox, Sissa Micheli, Liliana Orbach, Jaye Rhee, Debora Vrizzi

La piscina, palcoscenico privilegiato di cinema e letteratura, rappresenta uno dei simboli più potenti, efficaci ed eloquenti del mondo contemporaneo. La mostra è dedicata al tema della piscina, vista come luogo fisico e mentale in bilico tra una dimensione artificiale e una condizione naturale.
La piscina è densa di significati, anche discordanti: è simbolo del lusso ma anche di un ritrovato rapporto con la natura (l’acqua, il corpo: l’abbandonarsi e il lasciarsi andare), è artificiale e naturale, contenitore e spazio adibito alla libertà, che mescola sensualità , ambiguità (innumerevoli scene di film, libri, video musicali) e morte (il cadavere nella piscina è un altro simbolo ricorrente che lega il lusso alla disperazione, come nell’opera di Elmgreen & Dragset Death of a Collector).
Rappresenta anche uno spazio da percorrere (movimento) o in cui galleggiare (stasi), pieno e vuoto.
Ed è presente l’acqua che da secoli non cessa di affascinare e ispirare atleti, artisti e persone comuni : cristallina, ristoratrice, ora misteriosa, immensa e terribile, ora raccolta e familiare.
In questa mostra sono proposte alcune opere in cui la piscina costituisce un elemento rappresentativo o simbolico di rilievo.
Le artiste invitate, Elena Knox, Sissa Micheli, Liliana Orbach, Jaye Rhee, Debora Vrizzi, affrontano lo stesso tema con linguaggi diversi come la fotografia e il video.
Elena Knox è un’artista performer e multimediale australiana che lavora attraverso testi, suoni e immagini.
Dopo aver conseguito il dottorato di ricerca presso il College of Fine Art (attualmente UNSW Art & Design) presso l’Università del New South Wales nel 2015, ha iniziato a proporre lavori che evidenziano il rapporto tra umani e robot umanoidi in Giappone e in altri paesi.
Le sue opere propongono e sovvertono le tradizionali raffigurazioni di genere, interrogandosi su come le donne vengono rappresentate e rappresentano se stesse nei vari media e contesti della nostra epoca.
Nella sua pratica artistica, amplifica gli impulsi umani al totemismo, all’idolatria e al feticismo, mediante i quali tentiamo di comunicare con fenomeni paraumani e di respingere la nostra definitiva solitudine nella galassia. Questo sforzo spesso sfrutta il campo in rapida evoluzione delle tecnologie emergenti.
Chinoiserie (Ode to Wuhan) documenta una guerrilla performance di Elena nella piscina dell’Hongguang Jianguo Hotel a Wuhan, in Cina. Elena è stata artista residente al K11 Art Village di Wuhan quando ha trovato questa piscina e spa, pubblicizzata dall’hotel come aperta e utilizzabile dagli ospiti.
La città di Wuhan ha un’atmosfera ottimista, caotica, vecchio-nuovo-nuovo, in costruzione / distruzione. Chinoiserie (Ode to Wuhan) è il tentativo dell’artista di trovare un punto di accesso all’immersione culturale, in una Cina che scorre veloce inondata di contraddizioni.
La ricerca espressiva di Sissa Micheli, artista altoatesina, viennese d’adozione, si muove tra l’immagine fissa e quella mobile dosando con rigore installazioni, video e foto.
Sissa Micheli padroneggia per sottigliezza e capacità di suggestione lo storytelling. I suoi sono studi poetici di passioni elementari, tormenti quotidiani, intimi, talvolta d’impressionante intensità emotiva. Il suo è un mondo complesso di forte qualità cinematografica, dove realtà e finzione sono complici nella costruzione della struttura di un dramma psicologico.
A volte autobiografico, a volte basato sull’esperienza di qualcun altro, come riportata da un giornale, queste narrazioni di intimità sono frammenti autonomi di una vita difficile. In un processo delicato e appena visibile di sublimazione, Micheli iconizza le matrici delle relazioni umane di base, fornendo così lo spettatore di un dizionario di “emozioni ricevute” che, pur universalizzate, mantengono la loro sincerità e incredibilmente, una potente autenticità.
Nella mostra Swimming Pool l’artista presenta fotografie tratte dalla serie “I think I got caught in a trap” (2007), in cui la protagonista, l’artista stessa, esplora gli spazi di una villa abbandonata prima della sua demolizione. Si tratta della Villa Wierer costruita dall’architetto Franz Prey a Chienes in Alto Adige negli anni 70 e demolita nel 2008. Le sue rovine sono emblematiche del declino economico di tutta una generazione alto-atesina che era diventata ricca in breve tempo e che poco dopo era andata in fallimento. Micheli prende spunto da una storia vera del passato, s’immedesima nel ruolo della moglie del proprietario e crea una narrazione pittorica densa nella quale traduce una situazione emozionale di precarietà in metafore visive. A questo punto, l’osservatore è coinvolto nel mezzo di una storia immaginaria tutta misteriosa.
Liliana Orbach è un’artista interdisciplinare, curatrice indipendente e docente. Nata in Argentina, vive e lavora a Tel Aviv. Ha collaborato con numerosi artisti, scrittori, musicisti partecipando e spesso coordinando numerosi progetti e eventi nazionali e internazionali relativi all’arte ed è stata anche invitata a curare programmi di video arte e a tenere conferenze in musei e università.
Il suo lavoro intende essere globale, affrontando argomenti che riguardano molti aspetti della nostra esistenza e proponendo spunti di riflessione sulla complessità delle dinamiche culturali e sociali della nostra contemporaneità. Oltre a lavorare con le immagini in movimento lavora sull’ abbinamento dell’immagine con il linguaggio verbale.
L’artista propone il video Preludio de una danza. Quello che sembra un momento divertente in piscina si trasforma in una situazione di tensione in cui il ritmo del ciclo dell’acqua sembra controllare con il suo flusso l’apparente libertà in cui si muovono i nuotatori.
Il desiderio dell’umanità di dominare la natura potrebbe trasformarsi in un pericoloso gioco dai
risultati imprevedibili. L’artista ci ricorda che la vita dell’uomo scorre entro i confini del potente regno della natura.
Nata a Seoul, in Corea del Sud, Jaye Rhee. Jaye Rhee si cimenta nello spazio tra l’ironico e il commovente con le sue video installazioni. Nata a Seoul, in Corea del Sud, Rhee si è trasferita negli Stati Uniti dove vive e dove. si è laureata presso la School of the Art Institute di Chicago (BFA, MFA)
Presenta un’installazione intitolata Swan. Il suo lavoro esplora il carattere di evasione dei desideri più autentici . Concentrandosi sulla tensione tra il desiderio “reale” e “falsi” oggetti del desiderio, rappresentata dalle immagini, nel senso più ampio della parola, il suo lavoro presenta “falsi reali” e “immagini senza immagini”.
Ad esempio, nella sua serie di bagni pubblici Swan, Orso polare, Niagara, i performers si muovono nei bagni pubblici sullo sfondo di dipinti murali raffiguranti cigni in un lago, una scena del Polo Nord con orsi polari e le Cascate del Niagara. Queste scene esistono nel linguaggio, così come nella memoria collettiva modellata dalla cultura. Ma dove esistono realmente? Il cigno, gli orsi polari del Polo Nord e le Cascate del Niagara, esistono tutti senza esistere: sono immagini idealizzate dell’immaginario nostalgico.
Il suo obiettivo è quello di creare un nuovo spazio visivo in cui l’artificio evapori attraverso la presentazione molto nuda delle immagini e mettendo a nudo i materiali. Questo “onesto artificio” alla fine porterebbe a una riflessione sulla propria nostalgia.
Debora Vrizzi, nata a Cividale del Friuli, è una videoartista e autore della fotografia.
Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bologna, negli anni alimenta il suo interesse per il cinema e la videoarte. Al Centro Sperimentale di Cinematografia / CSC di Roma, dove si diploma nel 2006 sotto la guida del Maestro Rotunno, impara a mettere la luce al servizio del racconto.
Come Performer e cineasta, Debora Vrizzi lavora da sempre con le immagini, il movimento, la fotografia e il corpo per mettere in scena una riflessione sull’identità personale e collettiva, a volte attraverso strutture semi-narrative, altre volte mediante una struttura simbolico-concettuale, in altre ancora slittando verso la documentazione del reale e l’autobiografia.
I suoi personali progetti artistici seguono due strade: la prima è caratterizzata dal mettere in gioco il proprio corpo come protagonista delle sue opere, le quali sono strutturate su un impianto prettamente cinematografico: i suoi quadri viventi sono delle vere e proprie ‘mises en scène’. La seconda è apparentemente opposta poiché l’artista sceglie di mettere in scena il cinema del reale.
In Frame Line, attraverso la rivisitazione del Mito, l’artista parla dell’attesa e della densità (concettuale e fisica) dei sentimenti e delle strategie ingarbugliate e inefficaci dell’amore.
Penelope attende Ulisse che, incantato delle Sirene, decide di non tornare.
La donna tesse i suoi capelli come una ragnatela, cercando di rendere seducente la sua interminabile attesa; non vuole abbandonare il suo trono. Il vento, che l’avvolge in aria sembra proseguire anche nell’acqua muovendo la gonna in una sorta di danza.
Frame line è lo spazio tra un fotogramma e un altro, è la linea che divide i sentimenti dalla ragione, è lo spazio vuoto e apparentemente immobile dell’attesa.

Sede
Muratcentoventidue-Artecontemporanea
Via G. Murat 122/b – Bari

Inaugurazione
Sabato 19 Ottobre, 2019, ore 19.30

Periodo
19 ottobre – 30 novembre 2019

Orario di apertura
Lunedì, martedì e mercoledì solo su appuntamento
Dal giovedì al sabato, dalle 17.30 alle 20.30

Info
3348714094 – 3925985840
http://info@muratcentoventidue.com
http://www.muratcentoventidue.com
http://www.facebook.com/MuratcentoventidueArtecontemporanea
https://www.instagram.com/muratcentoventidue_bari


“POLAR LANDS” mostra collettiva di Georgie Friedman, Kristina Kvalvik e Kristina Paustian

In il

polar lands

COMUNICATO STAMPA
Muratcentoventidue Artecontemporanea
Polar Lands
Georgie Friedman, Kristina Kvalvik, Kristina Paustian

La galleria Muratcentoventidue Artecontemporanea prosegue il suo percorso espositivo con la mostra collettiva, “Polar Lands”, che vede la partecipazione di Georgie Friedman, Kristina Kvalvik, Kristina Paustian.
Le artiste riflettono su temi di drammatica attualità come la difesa degli ultimi ambienti naturali non ancora sfruttati dall’uomo, il pericolo incombente del riscaldamento globale, la sensibilizzazione verso il problema della sostenibilità ambientale e del cambiamento climatico, la dialettica tra natura e civiltà.
Georgie Friedman (USA) è una giovane artista americana i cui progetti includono video installazioni su larga scala, video singoli e multi-canale e diverse serie fotografiche. Ha vissuto, lavorato ed esposto negli Stati Uniti, in musei e università. I suoi lavori si concentrano su un tema, i processi naturali e il rapporto uomo natura, e le reciproche influenze, che hanno una lunga tradizione nel documentarismo oltre che nel campo dell’arte. La natura messa in relazione con le caratteristiche e i limiti dell’uomo contemporaneo sono al centro della sua ricerca. Mettendo in scena potenti condizioni atmosferiche o la forza dell’oceano indaga sull’impatto psicologico e sociale di fenomeni naturali di lieve e di grave entità in relazione alla fragilità e inadeguatezza umana.
Utilizza la fotografia, il video, il suono, l’installazione, l’ingegneria e la fisica della luce, tutto per creare nuove esperienze per gli spettatori.
In “Rising Tide”, l’acqua dell’Antartico si eleva digitalmente sopra le gelide montagne dell’Antartide. Il video procede attraverso tre paesaggi con cumuli di neve in diminuzione. L’acqua lentamente si alza, trasformando le valli in baie, le montagne in isole e il suono dell’Antartide in mare aperto. Questo territorio, difatti, si distingue per essere al momento uno dei luoghi al mondo ove più fortemente si avverte il cambio climatico a causa dello scioglimento dei ghiacciai. Per gli artisti sensibili al problema dunque, l’Antartide si configura come un luogo di particolare ispirazione ove mettere a punto le loro ricerche.
Nei suoi lavori Kristina Kvalvik affronta questioni che si riferiscono a ciò che appare sconosciuto, inspiegabile, misterioso e pone l’accento sui limiti della nostra capacità di osservare la realtà e interpretarla, suggerendo che spesso ciò che vediamo, è ciò che ci aspettiamo di vedere, frutto della proiezione di desideri e di paure.
I suoi video contrariamente alla chiusura prospettica dei film d’intrattenimento, presentano una struttura narrativa aperta all’interpretazione dello spettatore e i suoi personaggi prendono forma dalla prospettiva di chi osserva piuttosto che da quella di chi è osservato. Inoltre tutti gli elementi classici su cui si basano i film di genere sono decostruiti e riutilizzati creando un effetto allo stesso tempo familiare e disorientante.
Nell’installazione video “Uplands”, tre diverse immagini del paesaggio sono giustapposte l’una con l’altra per formare un terreno immaginario, in continuo cambiamento. Il progetto esplora il paesaggio artico e prevede un futuro universo distopico. La tundra stessa è un’area completamente piatta senza alberi, e le impronte che lasciamo dureranno per secoli. Poco può sopravvivere in quest’altopiano, dove distanza, scala e prospettiva si dissolvono. Com’è la vita in questa immensità e chi può viverci?
In questa video installazione ritmata, in cui vediamo le tracce dell’esistenza umana, percepiamo una dimensione mistica e poetica. La colonna sonora di Pål H. Lillevold combina rumori fittizi del paesaggio con un sottotono melodico intermittente. Il paesaggio sonoro è pesante e ipnotico, come sentire il battito del cuore mentre inspiri ed espiri. Le immagini sembrano quasi corporee: s’intravedono visi sul fianco della montagna; la natura ha una personalità. E quando queste immagini iniziano a vibrare, gli spettatori hanno la sensazione che qualcosa stia per accadere.
Kristina Paustian, nata nel 1985 a Omsk in Russia, si è laureata in Belle Arti e Media a Berlino.

I suoi lavori di video arte sono stati accolti in festival e spazi espositivi internazionali, tra cui Les Rencontres Internationales (Parigi, Toronto, Berlino), Torino Film Festival (TFF), European Media Art Festival Germany, Kuandu Museum of Fine Arts di Taipei, Berlin Art Week, Victoria Art Center di Bucarest e Deutscher Künstlerbund.
Oggi la pratica artistica di Paustian riguarda video arte, film e installazioni. Nella sua arte cerca sempre di trovare e preservare una particolare costante umana. Questa costante (se esiste) va ben oltre le barriere linguistiche, i confini geografici, i concetti collettivi e sociali o le strutture politiche.
L’artista presenta la video installazione interattiva 3d, “Towards The Zero Point” realizzata nell’ambito di una residenza d’artista a Roma, esposta per la prima volta al Media Art Festival nell’ambito della mostra The power to change the world e presentata al Museo MAXXI nella sezione “Residenze d’artista”.
Towards The Zero Point è dedicata ai temi della conquista e dell’appropriazione, le strategie del progresso di civilizzazione dell’uomo. L’artista ha avuto l’idea di guardare indietro nella storia trovando come esempio la conquista del polo nord, un territorio molto ambito da diversi Paesi che però potrebbe presto scomparire dalle cartine geografiche, soprattutto a causa dello sviluppo economico di questi stessi Paesi.

La battaglia per la conquista del polo nord è iniziata nel XVIII secolo: il luogo è assolutamente particolare perché non si può portare via nulla, né vi si può lasciare qualcosa che si possa ritrovare in futuro. Raggiungere il Punto Zero (90°) è più un tentativo legato all’ego e alla necessità di essere i primi che non un fattore di civilizzazione.

Nel XXI secolo, dopo che si è scoperto che il 30% delle risorse petrolifere mondiali si trova sotto i suoi ghiacci, tutti i Paesi geograficamente confinanti ne hanno rivendicato il diritto di proprietà.

Poiché al momento il polo nord esiste ancora come territorio, il visitatore dell’installazione è invitato a fare un viaggio in 3D e a mettere la sua bandierina sul Punto Zero geografico, sempre che riesca a raggiungerlo.

Sede
Muratcentoventidue-Artecontemporanea
Via G. Murat 122/b – Bari
Inaugurazione
Sabato 4 maggio, 2019, ore 19.30
Periodo
4 maggio 2019 – 20 giugno 2019
Orario di apertura
Lunedì ,martedì e mercoledì solo su appuntamento
Dal giovedì al sabato, dalle 17.30 alle 20.30
Info
3348714094 – 3925985840
http://info@muratcentoventidue.com

CV
Georgie Friedman (b. 1974) currently resides in Boston, MA and has lived, worked and exhibited throughout the U.S. She received her Masters of Fine Arts in 2008 from the School of the Museum of Fine Arts, Boston and Tufts University, and her Bachelors of Art in 1996 from the University of California, Santa Cruz. Her current projects include several photographic series and experiential video installations that highlight our physical relationship to interior/exterior elements and uncontrollable natural forces.
Friedman has been commissioned to create site-specific video-based public art pieces and has exhibited in national and international venues including: Museum of Fine Arts, Boston (MA), Geneva International Film Festival (Switzerland), The Cleveland Museum of Art (OH), City Hall Park, Burlington (VT), Peabody Essex Museum (MA), Union College (NY), deCordova Sculpture Park & Museum (MA), City Hall, Boston (MA), and The Armory Center for the Arts (CA). She has been awarded a number of grants and fellowships including: Artist Traveling Fellowship to Antarctica (2017); Artist-in-Residence with The City of Boston, Boston AIR (2016); Massachusetts Cultural Council Artist Fellowship in Sculpture/Installation (2013); five Public Media Art Commissions for Art on the Marquee (Boston Cyberarts/Massachusetts Convention Center Authority, 2012-2015). She teaches a variety of video and time-based art classes at several institutions, including Boston College and Massachusetts College of Art.
web site http://www.georgiefriedman.com

Kristina Kvalvik (b.1980) is a Norwegian artist based in Oslo, Norway. She studied film and fine art in Norway, Sweden and Canada, and completed her MFA at Malmö Art Academy (SE) in 2008. Her work deals with matters relating to surveillance, the inexplicable and the threatening. She examines the limitations of sight and our ability to interpret what we see.
Kvalvik has exhibited her work internationally including Malmö Konsthall. Malmö, Sweden ,Göteborg International Biennial for Contemporary Art, Konstnärshuset. Stockholm.Overgaden Institute for Contemporary Art; Copenhagen, LOOP Film Festival; Barcelona, Center for Contemporary Art; Glasgow, GalleriBOX; Akureyri, Galeria Miroslav Kraljevic; Zagreb, Kunsthalle Exnergasse; Vienna, Parkingallery; Tehran, Västerås Konstmuseum, Høstutstillingen Kuntnernes Hus; Oslo, Center for photography; Stockholm, BABEL Gallery; Trondheim and The Vigeland Museum; Oslo, Muratcentoventidue Artecontemporanea Bari.
http://www.kristinakvalvik.com

Kristina Paustian (*1985 in Omsk, RU, lives in Berlin) examines cultural anthropological and socio-political topics in her works, also the topics of utopia and dystopia, and the fringe between science and occultism Her films are characterized by a strong visual signature and her video works are often executed in sequence shots. For her first documentary “ZAPLYV – Swimmers” (2015, 77 min.) she received the ARTE documentary film award for the best film and in 2017 she was part of the Berlinale Talents program. She is co-founder and active member of the Media Art Association (mkv) for the promotion of contemporary art with new media dedicated to the development of experimental narrative and exhibition formats. Kristina`s work has been exhibited at Les Rencontres Internationales, Arsenal Berlin, Visions du Réel, MAXXI Museo di Roma, Torino International Film Festival, Athen Biennale,Odessa Biennale, Tashkent Biennale, Russian Museum in Moscow, etc.
https://www.kristinapaustian.com


THE CARE, mostra personale di Elisabetta Di Sopra

In il

THE CARE mostra personale di Elisabetta Di Sopra

Comunicato Stampa

La galleria Muratcentoventidue Artecontemporanea prosegue il suo percorso espositivo con “The Care”, la mostra personale di Elisabetta Di Sopra.
Dar volto alla complessità dell’identità femminile affrontandone le infinite varianti e contraddizioni sembra essere la sfida di numerose artiste della scena contemporanea. Molte scelgono il linguaggio visivo del video come strumento critico privilegiato attraverso cui ridefinire l’immagine femminile, analizzando argomenti quali solitudine, rapporti interpersonali, amore, dolore e per mettere in scena il tema del corpo e dei diversi livelli di comunicazione a esso legati.
Ne è un esempio, la ricerca artistica di Elisabetta Di Sopra che si esprime in particolar modo attraverso l’uso del linguaggio video per indagare sulle dinamiche più sensibili della quotidianità e delle sue microstorie inespresse, dove il corpo femminile assume un ruolo centrale perché custode di una memoria e di un suo linguaggio espressivo.
La mostra raccoglie due opere video, “The Care” e “Quando ci sarà qualcuno in grado di sorreggermi”, e una serie di stampe fotografiche di alcuni dei più significativi fotogrammi – frutto di recenti progetti dell’artista accomunati dall’analisi dei concetti della dedizione, della cura, del dolore e della fragilità della nostra condizione.
Il video Quando ci sarà qualcuno in grado di sorreggermi prende spunto da un’affermazione postata su un social dalla protagonista, madre di quattro figli i quali uno a uno, vengono a svegliarla e a vestirla, per finire con il comporre un ritratto di famiglia che, nella sua severa staticità, esprime la solidità dei legami affettivi più profondi e del “senso” che da quella fatica può derivare.
La video installazione multicanale The Care parla della cura dell’altro, sia nel momento in cui ci presentiamo alla vita, sia quando ci affidiamo alla morte.

Sede
Muratcentoventidue-Artecontemporanea
Via G. Murat 122/b – Bari
Inaugurazione
Sabato 16 marzo, 2019, ore 19.00
Periodo
16 marzo 2019 – 24 aprile 2019
Orario di apertura
Lunedì, martedì e mercoledì solo su appuntamento
Dal giovedì al sabato, dalle 17.30 alle 20.30
INGRESSO LIBERO
Info
3348714094 – 3925985840
http://info@muratcentoventidue.com

Elisabetta Di Sopra nasce a Pordenone nel1969. Vive e lavora a Venezia dove ha conseguito nel 2010 la Laurea specialistica in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. La sua ricerca è incentrata sull’impiego del video ed una narrazione caratterizzata da azioni semplici ed incisive che mettono in luce le dinamiche psicologiche sottese alla vita quotidiana, alle relazioni familiari, al corpo femminile e ai ruoli sociali. Collabora con l’università Ca’ Foscari per lo Short Film Festival, con l’Archivio Carlo Montanaro, La Fabbrica del Vedere, e l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro. È docente presso il Master in Fine Arts in Filmmaking dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Ha all’attivo numerose mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero. Tra le principali nel 2018: 2018: PIETAS, a cura di Daniele Capra, Galleria Bugno, Venezia; Autoritratto, MACROAsilo, Roma; #liberadiesseredonna, Teatro Verdi, Pordenone; nel 2017: Possibili Sensi, a cura di Chiara Tavella, Galleria PArCo, Pordenone; nel 2015 Temporary, a cura di Giulia Bortoluzzi, galleria 3D, Venezia; nel 2014 Saudade, Muratcentoventidue Artecontemporanea, Bari; Transient Bodies, a cura di Giada Pellicari, Caos Art Gallery, Venezia; nel 2011 2tto, a cura di Chiara Tavella, Galleria Comunale Ai Molini, Portogruaro (Ve).
Tra le collettive: nel 2018 Body concrete, a cura di Laura Gottlob, Museoteatro della Commenda, Genova, Restless Waters, Italian Videoart, a cura di Silvia Grandi, Perama (G); Videoart Yearbook, a cura di Renato Barilli, Guido Bartorelli, Alessandra Borgogelli, Paolo Granata, Silvia Grandi, Fabiola Naldi, Dams, Bologna; nel 2017 Karachi Biennale, a cura di Paolo De Grandis, Karachi (PK); nel 2016 Le stanze dei frammenti, a cura di Simona Caramia, Museo Marca, Catanzaro; nel 2015 Body Interference, a cura di Laura Carlotta Gottlob, Künstlerhaus, Vienna; nel 2014 Recto/Verso, a cura di Ilaria Marghutti, CasermArcheologica, Sansepolcro (Ar); nel 2013 100×100= 900 Project, Zeta Center for Contemporary Art, Tirana (AL); Who controls the controllers?, a cura di Francesco Lucifera, Galleria Clou, Ragusa; Body in abstraction, a cura di Laura Carlotta Gottlob, St John’s College, Oxford (UK); Hetero Q.B., a cura di Emilia Tavares e Paula Roush, Museu Nacional de Arte Contemporânea do Chiado, Lisbona (P); Premio Terna 05, a cura di Cristiana Collu e Gianluca Marziani, Roma; nel 2012 Videospritz (con Igor Imhoff), a cura di Paola Bristot e Daniele Capra, Studio Tommaseo, Trieste; De rerum natura, a cura di Daniele Capra, Lab 610 XL, Sovramonte (Bl); Norme per la rivoluzione, Rassegna di videoarte, a cura di Bruno Di Marino, Volksbühne, Berlino (D); Idrografie, a cura di Chiara Tavella, ex convento di San Francesco, Pordenone; Arsprima, Rassegna di videoarte, a cura di AlessandroTrabucco, Nur Gallery, Milano; Per-Lumina, a cura di Luigi Viola, Palazzo dei Battuti, San Vito al Tagliamento (Pn); Let the body play, a cura di Daniela Santellani, Katia Baraldi, Galleria Jarach, Venezia.


Around Myself

In il

Around Myself

Comunicato Stampa
Muratcentoventidue Artecontemporanea
Around Myself
Parisa Ghaderi, Claudia Maina, Sissa Micheli, Muriel Montini, Margarida Paiva
Gli stati d’animo rappresentano una caratteristica degli esseri umani: gioia, tristezza, rabbia, armonia, paura, sono tutte emozioni cui non ci si può sottrarre e che spesso sfuggono al nostro controllo.
La mostra propone un originale percorso nei territori intricati dell’animo, raccontato da cinque artiste di varie nazionalità, che tentano di svelare i lati oscuri, enigmatici e autentici delle emozioni che appartengono all’individuo.
Parisa Ghaderi è un’artista e cineasta iraniana che vive negli Stati Uniti dal 2009. Il suo lavoro è stato esposto a livello nazionale e internazionale. Spazia dalla progettazione grafica alla fotografia fino all’installazione e alla lavorazione dei metalli. Come donna iraniana che vive negli Stati Uniti, riflette sulla sua esperienza e s’interroga sull’identità e sui problemi delle donne. Molti dei suoi lavori riguardano il passaggio dall’Iran agli Stati Uniti e il modo in cui la sua identità è cambiata. Attraverso di essi espone aspetti delle sue battaglie personali sollevando domande e cercando di trovare delle risposte. Si pone spesso di fronte a situazioni con cui non riesce a confrontarsi nella vita reale, come la perdita di una persona amata o la distanza emotiva.
In “Take care”, esplora il rifiuto dell’evidenza quando avviene una perdita e come rendere presente un’assenza. Questo pezzo è ispirato a una citazione di Emily Dickinson “La distanza e la morte sono la stessa cosa, quando te ne sei andato, te ne sei andato”. Utilizza la tecnica del Cinemagraph, in cui le fotografie sono combinate con un movimento minimo e ripetuto e il grado di azione è quasi impercettibile per accentuare l’atemporalità della perdita .
La ricerca espressiva di Sissa Micheli, artista altoatesina, viennese d’adozione, si muove tra l’immagine fissa e quella mobile dosando con rigore installazioni, video e foto. I suoi interventi si concretano in un assemblaggio simultaneo di foto, video e suoni.
Sissa Micheli padroneggia per sottigliezza e capacità di suggestione lo storytelling. I suoi sono studi poetici di passioni elementari, tormenti quotidiani, intimi, talvolta d’impressionante intensità emotiva. Il suo è un mondo complesso di forte qualità cinematografica, dove realtà e finzione sono complici nella costruzione della struttura di un dramma psicologico.
A volte autobiografico, a volte basato sull’esperienza di qualcun altro, come riportata da un giornale, queste narrazioni di disagio e intimità sono frammenti autonomi di una vita sul limite di un esaurimento nervoso, minacciata da un evento spesso tragico, inaspettato, precario nel suo dispiegarsi, come una serie di traumi dell’infanzia, attraverso gli anni formativi e la maturità, fino ai pericoli di una vecchiaia futura.
In un processo delicato e appena visibile di sublimazione, Micheli iconizza le matrici delle relazioni umane di base, fornendo così lo spettatore di un dizionario di “emozioni ricevute” che, pur universalizzate, mantengono la loro sincerità e incredibilmente, una potente autenticità.
L’artista presenta una serie di fotografie dal titolo “Yesterday’s Tomorrows” in cui i protagonisti sono una valigia bianca, una lampada volante, una giovane donna in una situazioni insolita – che salta e vola sul letto fluttuando nell’aria, e risvegliando la casa dalla sua inerzia. A questo punto, l’osservatore è coinvolto nel mezzo di una storia immaginaria che si svela attraverso un mondo d’immagini, già viste, tratte da film e dalla fiction televisiva.
Claudia Maina è un’artista milanese che si è laureata in Scultura e in Arti Interattive e Performative all’Accademia di Belle Arti di Brera. Utilizza il disegno, la scultura, l’installazione e il video. Il suo lavoro indaga il rapporto tra corpo e ambiente. Il corpo è messo in relazione alle dimensioni spaziali, temporali e sonore nelle quali vive. A partire dai concetti di ripetizione e abitudine, la ricerca si sposta su come questi agiscano nella quotidianità, influenzando la nostra psiche e il modo di abitare gli spazi. La dimensione fisica quotidiana è confrontata costantemente con quella emotiva, legata alla percezione del nostro corpo: ne nasce una definizione dello spazio che viene costruita con una ricerca formale in continuo slittamento tra equilibrio e ossessione. Le interessa analizzare come il tempo viene percepito e studiare il corpo come luogo di memoria temporale, anello di congiunzione tra passato e futuro.
I suoi BedBugs Castle sono edifici immaginari di breve durata, come case di carte, dove sono stati collocati piccoli bedbug-men. Sono una metafora dell’impossibilità di relazioni umane o di un’afasia comunicativa all’interno della loro fredda sospensione senza tempo. Le sue architetture improbabili costruite da bicchieri appoggiati l’uno sull’altro in una struttura dall’equilibrio assai precario, pronte a cadere e poi a risorgere, come un gioco senza fine, mostrano una mancanza di connessione tra gli individui.
Muriel Montini vive e lavora a Parigi. Ha studiato cinema e dal 2000, ha realizzato diversi film proiettati in importanti istituzioni internazionali e festival .
Il suo lavoro oscilla tra fiction, documentario e cinema sperimentale. L’artista considera tutti i suoi film come finzione, anche se non s’inseriscono in una linearità narrativa. La storia rimane comunque ciò che le interessa maggiormente. Come un musicista, lavora sulla ripetizione, le variazioni, fino alla nota minimalista di “Alice”, un video del 2009, la cui realizzazione si basa sull’idea di raccontare una storia con una sola parola. Nella finzione, lascia sempre spazio all’improvvisazione e mette lo spettatore il più possibile in uno stato di acume sensoriale e riflessivo: contrariamente alla chiusura prospettica dei film d’intrattenimento, i suoi lavori presentano una struttura narrativa aperta all’interpretazione dello spettatore, spetta a lui fare il suo video, proiettato in questa ricomposizione imperfetta del mondo, anch’egli, deve lavorare per ricostruire l’universo che gli viene proposto.
In Chambres (Ou Changrin) , del 2007, in una stanza d’albergo, una donna dorme, fuma sigarette e qualche volta inizia un dialogo. Ma non c’è risposta. ..
Margarida Paiva è una giovane e apprezzata videoartista portoghese, che vive e lavora a Oslo, il cui curriculum vanta numerose partecipazioni a mostre e festival internazionali.
Le sue opere video sono costituite da storie astratte in un approccio narrativo non sequenziale ma fatto di frammenti d’immagini e parole, i personaggi sono soprattutto donne e i temi presentano spesso un elemento di ansia e solitudine. Il trauma della perdita, l’isolamento e la memoria sono motivi ricorrenti in questi film. L’artista esplora gli stati più riposti della mente facendo scorrere in un unico piano temporale pensieri, emozioni, ricordi.
Erase (2009), il video che presenta in questa mostra, è una poesia per immagini che tocca temi quali la perdita e lo smarrimento. Riflette sul concetto di non-belonging, di non appartenenza, il sentirsi come un fantasma e la difficoltà a comunicare con gli altri .

Muratcentoventidue Artecontemporanea via G. Murat 122/b – Bari
Inaugurazione sabato 13 Ottobre 2018 ore 19.00
Infotel. 3348714094 – 3925985840
info@muratcentoventidue.com

La galleria aderisce alla quattordicesima Giornata del Contemporaneo indetta da AMACI.
Parisa Ghaderi (b.1983, Tehran, Iran), is a visual artist and filmmaker who earned her BA in Visual Communications from Art & Architecture University (Tehran, Iran) in 2006, and her MFA in Art and Design from the University of Michigan (USA) in 2014. She moved to the U.S. in 2009. Her work has been exhibited nationally and internationally including South Asian Women Collective (Shirin Gallery, NY), the 6th International Media Arts Award (Queensland, Australia), ExperimentoBio, (Spain), A Woman house or a Roaming House? (A.I.R. Gallery, NY), Fadjr International Visual Arts Festival (Tehran, Iran), and the Red bull House of Art (Detroit, MI). Her work is featured in The Huffington Post, The Brooklyn Rail, Video Focus (France), Nineteen Sixty Nine (University of California, Berkeley), the Michigan Daily, Unite Women (online), and the Visual ARTBEAT Magazine (Austria). Ghaderi has made four short films: “Still”, “Broken Glass”, “The ones who loved me are gone”, and “One way”. Her short film “Still” has been screened at Women’s Independent Film Festival, Santa Monica, California, The International Film Festival for Documentary, Short, and Comedy, Indonesia, and CINEWEST, Sydney, Australia. “Still” won the International Award of Merit Winners, from the International Film Festival for Documentary, Short, and Comedy, Indonesia. “Broken Glass” was screened at Lady’s First International Film Festival, Cork city, Ireland. “The ones who loved me are gone” was the winner of The Berlin Flash Film Festival, Berlin, Germany, in 2017.
http:// www.pghaderi.com/

Claudia Maina is a Milano-based artist. She was born in Arona (No) in 1976. In 2004 she gradueted in Sculptur at the Academy of Fine Art in Milan, where she completed her master in Interactive and Performative Art in 2008.
Solo shows and video festivals: VEDUTE MULTIPLE (Multiple Views), in collaboration with EconomART di Amy – D Arte Spazio Gallery, Studio LOMBARDDCA, Milan; PIUME E FINESTRE (Feathers & Windows), Galerie Territoires Partagés, Marseille; La Trilogia Esistenziale_Omaggio a Michelangelo Antonioni (The existential Trilogy. A tribute to Michelangelo Antonioni) GAS Gallery; CORPI DOCILI, (Tamed Bodies) Gestalt Gallery, Pietrasanta; Claudia Maina Nac cultural association Novara; MM15*2005 a+m Bookstore, Milan. IDENTITÁ E VIOLENZA (identity & Violence) – Dialoghi tra videoarte e sociologia (dialogue between Video art and sociology),_Bergamo; Oblíqua / Mostra Internacional de Videoarte & Cinema Experimental, Appleton Square, Lisbon; CÓDEC Festival_Festival/Muestra de Vídeo Y Creaciones Sonora, México; Videovision, Video Exhibition, Galleria Nuvole, Palermo; The Scientist_International Videoart Festival in Ferrara; Experimental Texture, BAC!2010: TIME 11.0 Edition of Barcelona Art Contemporary Festival; From body to City. Five word for artist’s videos, Verona;
Group shows: ARCHIVI APERTI IN CITTADELLA. Cittadella degli Archivi, Milan; Open the boxes 2, Gagliardi Art System _Torino; Imbalance and Insecurity, Amy-d Arte Spazio Gallery; Contamination, Museo Civico Polironiano San Benedetto Po (Mn); Novara Art Prize Palazzo Bellini, Oleggio (No); Look At Festival, Ex-Manifattura Tabacchi, Lucca; External Memory, Care/of in Milan.
Prize: Finalist Premio Ora ; Finalist Premio Pasinetti _Mario Cosua video Art Prize; Selected in Combat Prize, Livorno. Finalist Corto Dams Festival, Montà (CN); Prize at Opera Prima Competition, Urbino.
In 2014 she partecipates at the recidency curated by La Napoul Art Foundation, Mandelieu- La Napoule, France. http://www.claudiamaina.it

Sissa Micheli was born in 1975 in Brunico in Italy. From 2000 to 2002 she studied at the Schule für künstlerische Photographie in Vienna under the direction of Friedl Kubelka and completed her diploma studies between 2002 and 2007 at the Vienna Academy of Fine Arts with Professor Franz Graf, Professor Gunther Damisch and Professor Matthias Herrmann, graduating with honours. Sissa Micheli was awarded several prizes and grants, including the Vienna Academy prize and the Premio Pagine Bianche d’Autore, Milan, in 2008, the London and Paris studio scholarship by the BKA in 2009 and 2013, and the Austrian state grant for artistic photography in 2015. In 2016 she was awarded the “Artist of the Year” prize by the South Tyrol Artists’ Association and the HGV. Her work has been shown in numerous national and international individual and group exhibitions and is represented in public and private collections. Sissa Micheli lives and works in Vienna.
http://www.sissamicheli.net

Muriel Montini lives in Paris where she currently works on different projects. She studied cinema in Paris VIII university. Since 2000, she has made several films that oscillate between fiction, documentary and experimental. They’ve been screened in different international institutions (Musée du Jeu de Paume Paris, Anthology Film Archives New York…) and festivals (Hamburg International Short Film Festival, FID de Marseille, Rencontres Paris–Berlin, European Media Art Festival Osnabrueck…).In 2014, she won two prizes at Szcezcin European film festival. Among her last exhibition: 2018-Dame of the Hour International Women’s Day exhibition Bath (Angleterre);Paratissima Bologna Art Fair “Animali Notturni” Bologne (Italie);Bienal Internacional de Video y Cine Contemporáneo Mexicali (Mexique);One-Off Moving Image Festival Valencia (Espagne);Exposition “Le trouble-fête” MPAA Broussais Paris (France);Artist as a digital archivist University of Oslo (Norvège) – Kamloops Art gallery (Canada) – Ideas Block LT Vilnius (Lithuanie);Digital Graffiti Alys Beach (USA); OGA Videoart Exhibition Rome (Italie);FILE Media Art Electronic Language International Festival Exhibition Sao Paulo (Brésil);FONLAD Water Museum, Art Web Center Coimbra (Portugal);2017-International Short Silent Film Celebration Haïfa (Israël) ;11th International Cukurova Art Festival – Altin Oran Art Gallery Adana (Turquie);FUSE Ättiksfabriken Art Space Royal College of Music Stockholm (Suède);Contemporary Visions (curator Roberto Ronca) (Italie, Espagne, Bulgarie, Angleterre, République tchèque);Festival International de Creatividad, Innovación y Cultura Digital Espacio Center Canaries (Espagne). She will have a restrospective this automn in Zagreb at the Onetakefilmfestival .
http://www.murielmontini.fr

Margarida Paiva was born in Coimbra, Portugal in 1975. In 2001 she moved to Norway and lives currently in Oslo. In 2007, she completed her Master degree at the Oslo National Academy of the Arts, and has earlier studied at the Faculty of Fine Arts in Porto and Art Academy in Trondheim. Among her solo shows: Untitled Stories, Lab.65 Contemporary Art Gallery, Porto, Portugal; Every Story Is Imperfect, Oslo Intercultural Museum, Norway; Erase, Muratcentoventidue Contemporary Art Gallery, Bari. Among her group shows and video festivals: Migrating Stories, Screen City Biennial, Stavanger, Norway; Stereo. Not Mono, F15 Contemporary Art Gallery, Moss, Norway; Stories and Desires From Who Sleeps, Camara Oscura Contemporary Art Gallery, Madrid, Spain; Debaixo da Película, Image Museum, Braga, Portugal; KINO DER KUNST, International Art Film Festival, Munich, Germany; The 30th Documentary Film and Video Festival, Kassel, Germany; Videoformes, XXIIe Intern. Video Art and Media Festival, Clermont-Ferrand , France; COURTisane, Short Film, Video and New Media Festival, Ghent; Belgium; European Media Art Festival, Osnabrück, Germany; Under Surveillance, Oeiras Image Festival, Lisbon, Portugal.
Her short film Every Story Is Imperfect (2012) has been awarded at FOKUS 2014, Nikolaj Kunsthal, Copenhagen, Denmark.
http://www.margaridapaiva.net


“Looking Out Looking In” – mostra collettiva d’arte nella galleria Muratcentoventidue

In il

looking out looking in muratcentoventidue

Comunicato stampa

MURATCENTOVENTIDUE ARTECONTEMPORANEA

Looking Out Looking In

Giulia Caira, Lydia Dambassina, Georgie Friedman, Kristina Kvalvik-Simon Möller, Margarida Paiva, Helena Wittmann

La galleria Muratcentoventidue Artecontemporanea prosegue il suo percorso espositivo con una mostra collettiva, Looking Out Looking In, che vede la partecipazione di Giulia Caira, Lydia Dambassina, Georgie Friedman, Kristina Kvalvik-Simon Möller, Margarida Paiva, Helena Wittmann.
La finestra è l’anima di un edificio, un elemento architettonico che affascina per la sua ambiguità, ciò che permette lo sguardo dall’interno verso l’esterno, così come dall’esterno verso l’interno: separa e unisce, permette di vedere e di essere visti oppure di celare e di celarsi, di apparire o di nascondersi.
Possiamo senz’altro dire che nel nostro immaginario comune le finestre come le porte si trovano su una linea di confine, che separa un “dentro”, l’ambito del privato, del familiare, del conosciuto ,da un “fuori”, l’ambito del pubblico, dell’ignoto.
In questa mostra sono proposte alcune opere in cui le finestre costituiscono elementi rappresentativi o simbolici di rilievo.
Giulia Caira è nata a Cosenza ma si è formata a Torino, dove si è trasferita nel ‘78. Il suo esordio nel ’94 è caratterizzato da una ricerca fotografica sul corpo, relativa a un contesto domestico immaginario, claustrofobico e ostile, in contrasto con i modelli imposti dai mass-media. L’artista si racconta in serie fotografiche con un linguaggio che si avvale di codici ora ironici, ora sarcastici, dove s’intuiscono distorsioni e tic derivanti dall’esperienza quotidiana. Dal 2004 abbandona la casa come luogo privilegiato per allargare il suo sguardo a temi connessi alla condizione psicologica nella relazione con se stessi e con gli altri.
Ne Le parole nascoste (2009), lavoro con il quale l’artista ha vinto il premio della tedesca Foundation Vaf nel 2012, ha affrontato la dicotomia tra l’essere e l’apparire messa in discussione a partire dal classico tavolo di lavoro di forma ovale, topos della mistificazione per eccellenza. L’artista ha lavorato su una dettagliata sceneggiatura ideata da lei stessa, nonché sull’accurata analisi, sul piano concettuale, di tipologie mentali e modelli comportamentali, frutto di un’acutissima capacità di osservare la realtà sociale e individuale.
L’identità è dunque al centro della sua ricerca, la sua complessità e fragilità alla prova dell’io soggettivo e di quello collettivo.
“Terapia familiare” fa parte di una serie fotografica costituita da sette dittici realizzati all’ interno di una stanza sistemico relazionale collocata in uno studio di psicoterapia; in essa la famiglia viene osservata in una realtà domestica simulata, attraverso uno specchio /finestra.
Lydia Dambassina lavora dal 1976 con diversi mezzi come pittura, fotografia, installazioni e proiezioni video. In uno dei suoi ultimi lavori, Party’s over- Starts over, che riguarda il tema del debito greco, l’artista si concentra sulla crisi globale e le disuguaglianze che crescono impetuosamente.
“Glassed Windows Cast a Terrible Reflection”, 1998-2013, è un video in cui vediamo scorrere una serie di settantadue fotografie a colori di finestre.
Il titolo rimanda a un’opera di uno degli autori più importanti del cinema indipendente americano e uno dei massimi sperimentatori del cinema mondiale, Stan Brakhage . “Unglassed Windows Cast a Terrible Reflection “ è un cortometraggio del 1953, realizzato all’inizio della sua lunga carriera. Nelle prime sequenze del film quattro ragazzi e due ragazze, che stanno facendo un viaggio in automobile, per via di un guasto lungo il tragitto, si fermano nei pressi di alcune case abbandonate.
Nel video della Dambassina entriamo attraverso questa serie di finestre in una realtà in cui ogni libertà è perduta e ci sono esseri umani, che avendo sepolto ogni traccia di rigenerazione, vi vivono intrappolati.
Dall’infinitamente intimo all’infinitamente pubblico, le opere di Lydia Dambassina rivelano il cuore dell’umano nella sua disfunzione.
Georgie Friedman (USA) è una giovane artista americana i cui progetti includono video installazioni su larga scala, video singoli e multi-canale e diverse serie fotografiche. Ha vissuto, lavorato ed esposto negli Stati Uniti, in musei e università. I suoi lavori si concentrano su un tema, i processi naturali e il rapporto uomo natura, e le reciproche influenze, che hanno una lunga tradizione nel documentarismo oltre che nel campo dell’arte. La natura messa in relazione con le caratteristiche e i limiti dell’uomo contemporaneo sono al centro della sua ricerca. Mettendo in scena potenti condizioni atmosferiche o la forza dell’oceano indaga sull’impatto psicologico e sociale di fenomeni naturali di lieve e di grave entità in relazione alla fragilità e inadeguatezza umana.
Utilizza la fotografia, il video, il suono, l’installazione, l’ingegneria e la fisica della luce, tutto per creare nuove esperienze per gli spettatori.
Partendo dalla frustrazione personale di non essere in grado di dormire,” Insomnus”, il video in mostra, diventa una tranquilla meditazione sulla consapevolezza della luce che cambia e dei suoni che sono spesso troppo tenui perché l’uomo possa notarli.
Nei suoi lavori Kristina Kvalvik affronta questioni relative a ciò che appare sconosciuto, inspiegabile , misterioso e pone l’accento sui limiti della nostra capacità di osservare la realtà e interpretarla, suggerendo che spesso ciò che vediamo, è ciò che ci aspettiamo di vedere, frutto della proiezione di desideri e di paure.
I suoi video contrariamente alla chiusura prospettica dei film d’intrattenimento, presentano una struttura narrativa aperta all’interpretazione dello spettatore e i suoi personaggi prendono forma dalla prospettiva di chi osserva piuttosto che da quella di chi è osservato. Inoltre tutti gli elementi classici su cui si basano i film di genere sono decostruiti e riutilizzati creando un effetto allo stesso tempo familiare e disorientante. La video installazione in mostra nasce dalla collaborazione con Simon Möller, un artista svedese che vive e lavora a Malmö dal 1997 e opera con video, installazioni e sculture.
“House” presenta una facciata costruita digitalmente, tipica dell’architettura suburbana svedese degli anni ’50, chiamata “Folkhemmet”. Nel corso del video si deteriora lentamente, ma gli abitanti dell’edificio ne sono ignari e continuano le loro attività quotidiane. “House” tenta di creare la sensazione di sentirsi al di fuori, incapaci di cambiare o influenzare qualcosa che muta lentamente.
Margarida Paiva è una giovane e apprezzata videoartista portoghese, che vive e lavora a Oslo, il cui curriculum vanta numerose partecipazioni a mostre e festival internazionali.
Le sue opere video sono costituite da storie astratte in un approccio narrativo non sequenziale ma fatto di frammenti d’immagini e parole, i personaggi sono soprattutto donne e i temi presentano spesso un elemento di ansia e solitudine. Il trauma della perdita, l’isolamento e la memoria sono motivi ricorrenti in questi film. L’artista esplora gli stati più riposti della mente facendo scorrere in un unico piano temporale pensieri, emozioni, ricordi.
In “Untitled Stories”, il video che propone in questa mostra, una voce femminile racconta le sue paure e i suoi ricordi. Mentre parla con un amico immaginario, fluiscono le immagini mentali di interni enigmatici di edifici, di strade e paesaggi . I personaggi rimangono sconosciuti, visti solo a squarci o ascoltati attraverso suoni frammentati. In una sorta di stream-of-consciousness in cui diversi livelli temporali sono collegati dalla voce di questo personaggio femminile, il video esplora i disagi mentali ed emotivi riflettendo su questioni come la difficoltà di esprimere i propri sentimenti.
Helena Wittmann vive ad Amburgo e lavora con diversi media, soprattutto film e video. Docente presso l’Accademia di Belle Arti della città di origine, il suo lavoro è stato esposto a livello internazionale in mostre e film festival. Il suo primo cortometraggio, Drift , ha fatto parte della serie di film selezionati all’ ultima edizione della Settimana internazionale della Critica a Venezia.
Nella sua pratica artistica gli interni domestici, per lo più stanze semplicemente arredate, costituiscono molto più che le sedi nude di una trama. I suoi video richiedono una pianificazione dettagliata e preliminare perché l’artista è interessata in particolar modo a quello che penetra dall’esterno all’interno di uno spazio definito: la luce, il rumore, la gente.
Nel suo video, intitolato “21.3°C”, vediamo l’immagine di una stanza, il suo aspetto cambia col mutare della luce. Una finestra di fronte, vista attraverso la finestra. Mutano le composizioni floreali su un tavolino. Suoni entrano nella stanza dall’esterno. La musica di un pianoforte ci raggiunge dal piano di sotto o dalla porta accanto? In “21.3 ° C” Helena Wittmann riduce gli elementi filmici all’essenziale: luce, ombra, suono, direzione. Fuori da questo minimo, emergono storie che indugiano, atmosfere che risuonano. A poco a poco lo spettatore viene ricacciato su se stesso: attraverso la finestra di fronte qualcuno sembra guardare verso l’interno della stanza. Solo la temperatura rimane la stessa, 21.3°C.

Inaugurazione
Sabato 14 Aprile, 2018, ore 19.00

Periodo
14 Aprile – 30 maggio 2018

Infotel: 3348714094 – 392.5985840
Mail: info@muratcentoventidue.com


WHAT WE ONCE WERE: mostra d’arte sul tema dell’infanzia

In il

Comunicato Stampa
MURATCENTOVENTIDUE ARTECONTEMPORANEA
WHAT WE ONCE WERE
Rita Casdia, Cristiano De Gaetano, Elisabetta Di Sopra, Lello Gelao, Kaia Hugin, Kaja Lejon, Cristina Pavesi.
La mostra propone un originale confronto fra opere che attraverso linguaggi diversi, affrontano un tema comune, quello dell’infanzia, rappresentando lo spirito, la vulnerabilità, la giocosità, l’imprevedibilità, l’irrequietezza e la dignità dei bambini.
Gli artisti, di diversa nazionalità, sono Rita Casdia, Cristiano De Gaetano, Elisabetta Di Sopra, Lello Gelao, Kaia Hugin, Kaja Lejon, Cristina Pavesi.
Rita Casdia indaga, attraverso diversi mezzi espressivi come la video animazione, ma anche il disegno e la scultura, mondi emozionali a metà tra sogno e realtà, rivolgendo la sua attenzione principalmente ai meccanismi elementari dei sentimenti umani, con uno sguardo attento alle dinamiche generate dai legami affettivi e dalla sessualità.
La messa in scena di questi mondi emozionali si snoda attraverso una struttura narrativa spezzata e disinibita, dove si condensano riferimenti all’iconografia classica, elementi casuali, quotidianità spicciola, vissuto personale, produzione onirica.
L’artista presenta una serie di disegni, realizzati con inchiostro al gel su carta estremamente sintetici, essenziali nelle linee e nel contenuto in cui compaiono elementi tratti dall’immaginario infantile, di facile lettura eppure dalle molteplici stratificazioni di significato.
La ricerca artistica di Elisabetta Di Sopra si esprime in particolar modo attraverso l’uso del linguaggio video per indagare sulle dinamiche più sensibili della quotidianità e delle sue microstorie inespresse, dove il corpo femminile assume spesso un ruolo centrale perché custode di una memoria e di un suo linguaggio espressivo. Ci sono due nuclei fondamentali all’interno della sua pratica, uno incentrato sul rapporto tra corpo e materia, l’altro su corpo e memoria, corrispondenti rispettivamente alla sua prima e seconda produzione video.
Il video “FUNNY SHOW”, del 2009, che mostra dei bambini che osservano il mondo dall’alto e sorridono, è una riflessione sul mondo degli adulti incapaci di mostrarsi come modelli validi da imitare.
E’ presente in mostra un lavoro di Cristiano De Gaetano, uno dei talenti più interessanti delle nuove generazioni di artisti pugliesi, purtroppo precocemente scomparso nel 2013, cui il museo Pascali ha reso recentemente un omaggio attraverso una mostra antologica.
La sua vasta produzione ha spaziato in molteplici campi dalla scultura alla fotografia, dalla pittura al video. Dal 2006 aveva cominciato a produrre, partendo dall’utilizzo di foto tratte da album di famiglia, e di persone a lui care, ritratti di bambini e giovani uomini e donne su sagome di legno eseguiti con cere pongo colorate, modellate come pennellate e schiacciate e accostate con effetti da divisionismo plastico. In mostra è presente un intenso ritratto di bambino del 2009 intitolato Kid.
La ricerca di Lello Gelao insiste da qualche anno sul tema del ritratto attraverso una figurazione essenziale e intensa, grazie anche alla sua attenzione ai mass media e alla fotografia.
Le sue figure, stagliate su fondali anonimi, impercettibili, set senza tempo né spazio, sono immagini nitide, luminose, dagli intensissimi piani di colore, rese in una particolare prospettiva bidimensionale e private di ogni connotazione sentimentale, ma che riescono a comunicare una profonda risonanza psicologica.
Nei suoi quadri solitamente l’artista inserisce un unico personaggio, come nell’opera proposta in questa mostra “ CHILD”, solo e distaccato fisicamente e psicologicamente, riuscendo a cogliere un momento particolare, quasi il preciso secondo in cui il tempo si ferma e tutto appare immobile, silenzioso. Il suo lavoro si caratterizza attraverso atmosfere vuote e ambienti rarefatti e parla di solitudine, di malinconia e di tempo sospeso.
Con i suoi video e le sue fotografie, l’artista norvegese Kaja Leijon mette in discussione la nostra percezione del mondo reale, ed esplora il confine tra realtà e immaginazione. L’artista riflette su come concezioni preconcette possano influenzare il nostro modo di vedere e interpretare ciò che ci circonda.
Nel video in mostra Turning Trick cita il cortometraggio di François Truffaut del 1957 Les Mistons, basato su una novella di Maurice Pons. E’ la storia di cinque ragazzi che trascorrono un’intera estate spiando e inseguendo due amanti. Il film di Truffaut affrontava il tema dell’infanzia e della scoperta del desiderio sessuale nei ragazzi mentre il lavoro di Kaja Leijon ignora la trama del cortometraggio originale per concentrarsi esclusivamente su una sequenza in cui i ragazzi s’inseguono a vicenda, si arrestano improvvisamente e fingono una sparatoria. Riprende questa scena nel proprio film, ma con una differenza molto semplice: i suoi protagonisti sono femmine. Un’atmosfera tesa permea l’intero film, una dopo l’altra, le ragazze cadono e rimangono immobili sul terreno. L’artista pone il ruolo delle donne proprio al centro: l’oggetto passivo dell’osservazione nell’originale francese diventa nel suo video, il soggetto attivo.
Kaia Hugin, esplorando in maniera trasversale la danza, la performance e la video arte, lavora dal 2008 a una serie di video intitolata “Motholic Mobbles”, una riflessione su temi esistenziali attraverso l’esplorazione del movimento e dello spazio. Nelle sue performance, la Hugin cerca di comprendere quelle esperienze corporee che facciamo nei nostri sogni, non nel senso di voler narrare un sogno, ma piuttosto di indagare situazioni che si pongono al confine fra razionale e irrazionale.
I suoi video, in cui gioca un ruolo fondamentale, il registro dell’humour e l’utilizzo dell’estetica del genere horror, ricordano i film d’avanguardia di una pioniera del cinema, Maya Deren, che a metà del secolo scorso ha sperimentato combinazioni di film, coreografia e movimento con effetti surreali e molto personali. Angry boy / Happy Boy (Motholic Mobble parte 10) fa parte di questa serie di video performance surreali di Kaia Hugin. In questo breve video, vediamo il bambino dell’artista di appena dieci mesi – sospeso su un basamento, come un’opera d’arte vivente – che sembra dimostrare una forza fisica incredibile.
I video di Cristina Pavesi fanno riferimento alla storia dell’arte, ai generi classici del paesaggio e della natura morta, con l’aggiunta del senso di ciclicità inevitabile della vita. Il procedimento è filosofico, perché ricerca la conoscenza di se stessi e del mondo attraverso corte metafore visive, brevi riflessioni di pensiero del quale l’immagine si fa interprete. La natura morta costruita in studio si ricollega alla pittura antica. Questo genere era usato per esprimere al meglio il concetto di Vanitas. Così nelle sue video-nature morte rivive il genere esaltato dal fattore tempo e dal movimento, esprimendo così indeterminatezza e inquietudine. In questa nuova interpretazione emerge un senso di precarietà e di continua evoluzione del mutamento che contrastano l’aspirazione illusoria allo status quo tipica del genere della natura morta tradizionale.
Nel video in mostra CAN CAN vediamo un carillon, simbolo della spensieratezza dell’infanzia, che è preso a martellate finché non smette di suonare e non è completamente distrutto; il tutto sulle note del Don Giovanni di Mozart che invoca pietà. In “Ore 13” è l’ora di pranzo, una bambola sorridente e educatamente si appresta a consumare il suo pranzo fatto di piccoli soldatini. Metafora della guerra? Non solo, è l’inevitabile che con leggerezza sovrasta anche chi si sente forte e battagliero.

Inaugurazione
Sabato 27 gennaio 2018, ore 19.00

Info 3348714094 – 392.5985840
Mail: info@muratcentoventidue.com


Fondazione Museo Pino Pascali / Muratcentoventidue: Rita Casdia “Ferite come Fessure”

In il

Rita Casdia – “Ferite come Fessure”// presentato da Muratcentoventidue (Bari) presso la Fondazione Pino Pascali

Inaugurazione, 25 novembre 2017, h.18:00

Torna nella Project room del Museo Pino Pascali il progetto ShowCase, una serie di mostre che coinvolgono le gallerie d’arte nella presentazione di solo show o progetti curatoriali – disegnati dalle gallerie stesse – nelle stanze della Project room, nel basement del museo. Con questo progetto, che chiama in causa artisti internazionali, la Fondazione Pino Pascali vuole dare spazio, all’interno di una sede istituzionale, alle gallerie e ai soggetti attivi in Puglia, ma che operano all’interno del sistema dell’arte su scala nazionale e non solo, offrendo allo stesso tempo agli spettatori un saggio importante della ricchezza presente sul territorio.
Il sesto appuntamento del progetto, che si svolgerà dal 25 novembre al 7 gennaio 2018 (inaugurazione 25 novembre alle ore 18) è con la Galleria Muratcentoventidue Artecontemporanea di Bari che presenta Ferite come Fessure un progetto dell’artista siciliana Rita Casdia, a cura di Fabio Carnaghi.

Negli ultimi anni si è assistito, grazie anche all’applicazione delle tecnologie digitali, a una crescente diffusione del disegno animato tra gli artisti e in questo specifico ambito della video arte si pone il lavoro di Rita Casdia. L’artista indaga, attraverso la video animazione, ma anche attraverso il disegno e la scultura, mondi emozionali a metà tra sogno e realtà, rivolgendo la sua attenzione principalmente ai meccanismi elementari dei sentimenti umani, con uno sguardo attento alle dinamiche generate dai legami affettivi e dalla sessualità. In mostra una serie di video dell’artista ed una scultura in tessuto, Flesh Mellow , posta sul pavimento della project room.

Fabio Carnaghi, che ha curato la mostra, così scrive a proposito del suo lavoro e del progetto che viene proposto al Museo Pascali : “Guardare scrutando un interno, uno spazio claustrofilico, intimamente femminile, ovvero corporale e soggettivo, deliberatamente autobiografico: l’obbiettivo della macchina da presa assume questo scopo mediale nella prassi artistica di Rita Casdia. Il microcosmo è il teatro in cui si ripete un autoritratto di gruppo a cui partecipano creature misteriose, che non hanno paura di manifestarsi e di manifestare l’indicibile, ciò che avviene nelle profondità più recondite di un territorio viscerale, carnale, organico. Le creature di cui Casdia è demiurgicamente madre e generatrice inesorabile di motilità – siano esse plastiche o tracciate dal segno grafico – vivono come esseri plasmabili, duttili e malleabili, animati dal soffio vitale di sceneggiature aleatorie, propulsive di gestualità quasi ieratiche nella comunicazione di corpi celibi, mancanti, attraversati da forze oscure. In questa dimensione, i corpi agìti non recidono mai i legami con la loro creatrice ma ne divengono avatar, non attori subalterni, ma veri e propri “se stessi”.

I corpi/avatar si addentrano brulicanti in spazi che, anche quando si tratta di bianchi schermi neutri, assumono il carattere di palinsesti che delimitano il movimento, lo arginano e lo costringono. L’antropomorfismo non è mai compiuto, in balìa dell’inesorabile volontà della plasmazione, ma sempre affidato ad anatomie che svelano una femminilità combattuta tra azioni sentimentali, atti intimi, pulsioni istintive, stereotipie sessuali, paure e disagi, dolori e violenze. I corpi sono travolti da una contingenza assoluta che li contiene in scenari irreversibili, in cui nulla sembra mutare. L’avatar diviene feticcio affettivo, capro espiatorio di una complessa sceneggiatura fra il tragico e il grottesco. L’anatomia dei corpi è così ferita, rotta, segnata, esteriormente o interiormente.
Per traslato, la metafora carnale mnemonicamente rimanda al corps morcélé, ad una concezione tutta femminile di sacrificio e ferita, che allude ad un bleeding slit – alla fessura sanguinante, segno primordiale dei genitali femminili – iconograficamente riferibile ad una cultura storica che ha fatto della ferita un tema ideologico. Questa atavica ferita riporta a Gina Pane che ne parla come“segno dello stato di estrema fragilità del corpo, un segno del dolore, un segno che evidenzia la situazione esterna di aggressione, di violenza cui siamo esposti” . Nel lavoro di Casdia prosegue quella lezione di anatomia che la tradizione culturale ha consegnato, diventa essa stessa una tara, un fardello di cui farsi carico, una problematica imprescindibile.
Ma nel processo artistico di Rita Casdia questa prospettiva guarda oltre e si avvale del mezzo filmico per aprire un nuovo punto di vista, il punto di vista voyeuristico che da sempre ha animato lo scrutinio anatomico. La ferita che diventa fessura è il pertugio da cui guardare.

La Corporis Fabrica, che nella prassi di Casdia è letterale nella creazione delle sculture destinate a trasformarsi in corpi, si riafferma nel desiderio di analisi e di introspezione rispetto all’anatomia del corpo, in particolare di quello femminile. Il corpo alla stregua di un Freak è messo in mostra attraverso il taglio, che nel caso di Casdia ha come sonda ottica la telecamera. In definitiva, la Claymation nella video arte di Rita Casdia è un sofisticato punto di incontro tra materia, dato fisico, e animazione. Questo uso del mezzo filmico, in rapporto alle tematiche trattate da Casdia, sorprendentemente riedita oggi dinamiche che hanno destato la curiosità nelle proiezioni animate di Menotti Cattaneo, che a Napoli nel 1899 erano complementari alla messa in mostra di un corpo realizzato in cera così come i relativi organi, oggetto di esposizione a seguito di una macabra dissezione, impressionante allo sguardo del pubblico. In questi termini, il cospicuo lavoro che Rita Casdia svolge da anni, può ispirare un dibattito più esteso che attraverso un linguaggio contemporaneo accende di nuova luce le più ataviche tematiche del femminile che riecheggiano nella suadente tattilità di “Flesh Mellow”(2017), degno case study di una nuova e pruriginosa lezione di anatomia.

Elenco dei video in mostra:
Piccole donne crescono, 2006 ,(4’05”)
White Sex , 2008,(1’53”)
Stangliro , 2013, (4’09”)
It’s You, 2017, (2’45”)
Mammina, 2005,(2’25”)
Beautifull Eyes, 2007,(1’21”)
Skin Life, 2014, (2’28”)
I d., 2015 (4’50”)

Inaugurazione:

25 novembre 2017, ore 18
Rita Casdia. Ferite come Fessure. A cura di Fabio Carnaghi

La mostra rimarrà aperta fino al 7 gennaio 2018.

Orario: dal martedì alla domenica ore 10-13 / 16-21. Lunedì chiuso.

La Fondazione Pino Pascali è punto Fai – Delegazione Bari

Amici del Museo Pascali: Carrieri Design, Ognissole.
FONDAZIONE MUSEO PINO PASCALI
VIA PARCO DEL LAURO 119 – 70044 POLIGNANO A MARE (BA) – PH/fax: +39 080 4249534

www.museopinopascali.it
Santa Nastro +39 3928928522 snastro@gmail.com


IT’S YOU mostra personale di Rita Casdia

In il

Comunicato Stampa
Muratcentoventidue Artecontemporanea

It’s You

Rita Casdia

La galleria Muratcentoventidue Artecontemporanea prosegue il suo programma espositivo con It’s You, la mostra personale dell’artista Rita Casdia.

Negli ultimi anni si è assistito, grazie anche all’applicazione delle tecnologie digitali, a una crescente diffusione del disegno animato tra gli artisti e in questo specifico ambito della video arte si pone il lavoro di Rita Casdia.
L’artista indaga, attraverso la video animazione, ma anche attraverso il disegno e la scultura, mondi emozionali a metà tra sogno e realtà, rivolgendo la sua attenzione principalmente ai meccanismi elementari dei sentimenti umani, con uno sguardo attento alle dinamiche generate dai legami affettivi e dalla sessualità.
La messa in scena di questi mondi emozionali si snoda attraverso una struttura narrativa spezzata e disinibita, dove si condensano riferimenti all’iconografia classica, elementi casuali, quotidianità spicciola, vissuto personale, produzione onirica.
La mostra dal titolo It’s You esplora la relazione che ogni individuo stabilisce con il mondo esterno. Il percorso della mostra presenta una serie di opere video, ma anche disegni e sculture che conducono lo spettatore a tre momenti di riflessione sul tema proposto.
Il primo video Skin Life riflette sulla pelle, su quell’elemento di confine, sia materiale che simbolico, che separa il mondo esterno dal nostro mondo interiore. Tessuto di confine tra l’individuale e il collettivo, essa invia messaggi sensoriali che ci permettono di delimitare il mondo interno da quello esterno. Noi siamo fin dove arriva il nostro tatto, ma siamo anche un “io” che tocca, che delimita e che, come tale, conosce. La costruzione del nostro mondo nasce da questo continuo dare forme e limiti alle cose che ci circondano, nel continuum tra incorporare e distanziare l’alterità.
La pelle quindi racconta la nostra storia e quella dell’ambiente culturale in cui viviamo e spogliarsi della propria pelle richiama simbolicamente alla rinuncia alla propria identità e a rivelare un nuovo sé.
Il video Animal nasce in relazione alla lettura del libro Presenze animali di J. Hillman. Di animali è piena la psicoanalisi, ma, di fatto, l’animale non c’è. Per la psicoanalisi l’animale è un’allegoria, un simbolo, il rappresentante di altro. Hillman dimostra per primo un chiaro interesse per gli animali non solo come simboli, ma anche come esseri viventi, ponendosi con sguardo critico di fronte alla logica del dominio antropocentrico.
Dal suo testo si può desumere in un certo senso che la “gravità” dei sintomi e dei disturbi attuali dell’uomo occidentale, sono da intendersi nella particolare accezione di un “gravitare” con la mente distanti dalla dimensione sotterranea dell’umano, dalla sua dimensione animale.
Nel video l’artista vuole mettere in scena la dimensione primitiva e istintiva degli esseri umani, contrastata e allontanata a favore di una dimensione addomesticata alla razionalità.
Infine il video in plastilina It’s You desidera indagare il rapporto ambiguo che ogni essere umano stabilisce nell’esperienza dell’incontro con l’altro. “L’altro” può essere chiunque: un genitore, un amico, una fidanzata, un collega di lavoro, ecc… La scelta formale di utilizzare lo stesso abbigliamento in tutti i personaggi del video, che compongono le scene, ha lo scopo di porre allo spettatore un dubbio. Com’è possibile riconoscere la diversità che contraddistingue un personaggio, se tutti gli altri sono simili a lui? In questo gioco di specchi si svolge la narrazione del video.
Le opere si snodano in entrambi gli ambienti della galleria, con lo scopo di creare un percorso che renda unitaria la visione delle singole opere esposte. Fanno parte dell’allestimento anche diverse sculture e disegni.
Muratcentoventidue-Artecontemporanea
Via G. Murat 122/b – Bari

Inaugurazione
Sabato 20 maggio 2017, ore 19.30

Periodo
20 maggio – 26 giugno 2017

Orario di apertura
dal martedì al sabato, dalle 17 alle 20

Info 3348714094 – 392.5985840
http://info@muratcentoventidue.com
http://www.muratcentoventidue.com/
http://www.facebook.com/MuratcentoventidueArtecontemporanea

Rita Casdia, 1977. Diploma in Pittura, AA. BB. di Palermo e Arte e Nuove Tecnologie, AA. BB. di Brera. Festival: 39˚Festival du Nouveau Cinéma di Montreal, Il MOUSE E LA MATITA, a cura di Bruno Di Marino, Pescara Film Festival, LOOP- Video Art Festival & Fair, Barcelona, XIII International Image Festival, Manizales, Colombia (menzione speciale), Crosstalk ed7 Video Art Festival Budapest. Mostre personali: Good day bad day, Nuvole Incontri d’Arte, Palermo; Life Instinct, Muratcentoventidue, Bari. Mostre collettive: Premio Ariane de Rothschild, Palazzo Reale, Milano, 14° Premio Cairo, Museo della Permanente, Milano, Video.it, Fondazione Merz, Torino, Videoart Yearbook,Chiostro di S. Cristina, Bologna. Suspended territories and other italian stories, MUU Galleria, Helsinki. Premi: Nutrimenti celesti, nutrimenti terrestri, Filmmaker – Fondazione Cariplo, Milano. Residenze: Pépinières européennes pour jeunes artistes MAP , PRIM Centre, Montréal, Québec, Canada, AQB, Budapest, Hungary.
rita casdia
Rita Casdia (1977 , Barcellona Pozzo di Gotto –Messina) vive e lavora a Milano.
EDUCATION
2006. Master Arte e Nuove Tecnologie, Accademia di Belle Arti di Brera, Milano
2000. Diploma di Pittura, Accademia di Belle Arti, Palermo
AWARDS
2014. XIII International Image Festival, Manizales, Colombia ( special mention for the video Stangliro)
2013. Nutrimenti celesti, nutrimenti terrestri, Filmmaker – Fondazione Cariplo, Milano.
2006. Paesaggi umani, Filmmaker, Milano
Movin’Up, GAI, Torino
RESIDENCIES
2016. AQB, Budapest, Hungary
2009. Pépinières européennes pour jeunes artistes MAP, PRIM Centre, Montréal, Québec, Canada.
2006. Groupe Territoire culturel, Ste. Emélie de l’Energie, Quebec, Canada.
2004. Pépinières européennes pour jeunes artistes, Okuparte arte_ y _ ciudad, Huesca, Espagne.
2003. Pépinières européennes pour jeunes artistes, artists in context artistes contre l’exclusion
Fougères, France.
SOLO SHOWS
2013. good day-bad day, curated by Agata Polizzi, Nuvole Galleria, Palermo.
Life Instinct, Muratcentoventidue, Bari.
2012. Lop-sided, curated by Laura Conconi, Spazio CLIP, Liceo Artistico, Varese
2011. dreamless, NotGallery – Lithium project, Napoli
2010. MiniBaby, curated by Valentina De Miceli, Galleria Nuvole incontri d’arte, Palermo
Rita Casdia Monography, Visual TV Container, curated by Alessandra Arnò, Milano.
GROUP SHOWS
2017. Studio Freud, curated by Fabio Carnaghi, Milano.
2016. Epicentri, curated by Fabio Carnaghi, Terme di Como Romane.
The End of Certainty, Muratcentoventidue, Bari.
Amor Sacro, Amor Profano, curated by Alba Romano Pace, Palazzo Bonocore, Palermo.
2015. Suspended territories and other italian stories, MUU Galleria, Helsinki.
FLASHFORWARD, VisualContainer, Milano.
Post Card Show, Linden New Art Centre, Melbourne.
Mother, Muratcentoventidue, Bari.
Videorama, la Sicilia sullo schermo dell’arte, curated by Pasquale Fameli, Museo dell’argilla, Spadafora (Me).
ConTENporary words of art, Master curator IED Roma, Sala Santa Rita, Roma.
2014. Interferenze, curated by Ivan D’Alberto and Visualcontainer, Inagolo, Pescara.
Capri The Island Of Art, Centro Multimediale “Mario Cacace”, Anacapri.
2013. 14° Premio Cairo, curated by Luca Beatrice, Museo della Permanente, Milano.
C’è una piccola radice che, se la masticate, vi spuntano le ali immediatamente, curated by Cecilia Guida, MAC Museo
d’Arte Contemporanea, Lissone.
Dreamland, the blank – Artdate, Treviglio.
“O” – Eau, curated by Laura Francesca Di Trapani, Palazzo Ziino, Palermo.
2012. Carnem, video selection by Mario Gorni, Cattedrale della Fabbrica del Vapore, Milano.
Ti racconto, a cura di Cecilia Guida e Giovanni Viceconte, CRAC, Cremona
ON VIDEOS for hours and hours, curated by Visualcontainer and Giancarlo Sciascia, Galleria Boccanera, Trento
L’indagine della video arte del/ e sul mondo femminle, curated by Visual Container, Villa Pomini, Varese
2011. Premio Ariane de Rothschild 2011. Alla scoperta dei giovani artisti italiani. Palazzo Reale, Milano
Archive Fever, curated by Giovanni Iovane, SACS Museo Riso-Frigorifesi Milanesi, Milano
Quotidiana11, curated by Alessia Candeo, Palazzo Trevisan, Padova
VIDEOLANDIA, curated by VideoartYearbook, ALT, Alzano Lombardo (BG)
Co Co Co Como Contemporary Contest, Spazio Natta, Como
FRAME.BY.FRAME, curated by Helga Marsala, Riso, Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia, Palermo
(E)MOTION IN MOTION, Università Cattolica del Sacro Cuore, Brescia
TO FIND A VIDEO, curated by Carolina Lio and Francesca di Nardo, Castello di Rivara, Torino
FESTIVAL
2017. BAFF, section MIBART curated by Piero Digiovanni, Busto Arsizio Film Festival.
2016. XV International Image Festival, Manizales, Colombia
OBLIQUA Festival Lisbon, curated by VisualContainer, Portugal
Ibrida festival, curated by VisualContaier, La Fabbrica delle candele, Forlì
8° CONTEMPO International Festival, Sensitive and digital scapes, curated by VisualContainer, Varna, Bulgaria
Meta-Cinema. Festival delle audiovisioni ibridanti, curated by Piero Deggiovanni, Accademia di Belle Arti, Bologna
2015. Filmmaker Festival 35, Spazio Oberdan, Milano
Over The Real, Festival Internazionale di video arte, Gamc Lorenzo Viani, Viareggio
Mnemonic City Lisbon, curated by VisualContainer, Lisbona
VYB, Centro per l’Arte contemporanea Luigi Pecci, Prato
17.KURZFILMFESTIVAL, backup selection by Felipe César, Bauhaus-Universität Weimar
2014. XIII International Image Festival, Manizales, Colombia
Now&After, curated by Visualcontainer, State Museum of GULAG, Moscow
Il MOUSE E LA MATITA, curated by Bruno Di Marino, Pescara Film Festival, Cinema Astra
7° Proyector International Videoart Festival, curated by Visualcontainer, Madrid
Crosstalk ed7 Video Art Festival Budapest, Tesla, Budapest
2013. Filmmaker Festival, Cinema Palestrina, Milano
Video.it, Arte Animata, curated by Francesco Poli, Francesco Bernardelli, Andrea Pagliardi, Fondazione Merz, Torino
Time is Love Screening 6th edition, curated by Kisito Assangni and Annabelle Boko, Mori + Stein Gallery, London – Sazmanab, Teheran – Peanut Underground Art Projects, New York – Kulter, Amsterdam – Stiftelsen 3,14, Bergen
2012. ARTE VIDEO ON THE ROAD, C.A.R.M.A. Piazzale del Verano, curated by di Lino Strangis e Veronica D’Auria, Roma
2011. Festival Finzioni, Museo Internazionale delle marionette “Antonio Pasqualino”, curated by Paola Nicita, Palermo
NOTTINVIDEO, curated by Cecilia Guida, Villa Serena, Bologna
2010. Festival du Nouvéau Cinéma, Montreal, Canada
Viaggi in immagini, Complesso delle ex Murate, curated by Francesca di Nardo, Firenze
LOOP –Video Art Festival & Fair, curated by Francesca di Nardo, Barcelona, Spain
2009.FishEye, curated by Bruno Di Marino, Nuovo Cinema Aquila, Roma
Sguardi Altrove, Cinema Gnomo, Milano
2008. Trieste Film Festival, video rassegna Catodica, III Edizione, curated by Mario Gorni
ART EXPERIENCES END STUDIES
2012. Nutrimenti celesti, nutrimenti terrestri, FILMMAKER, Milano
2006. Workshop: Antoni Muntadas, VIAFARINI, Milano
2005. Work-shop: John Bock, Santa Maria dello Spasimo, Palermo
2005. Work-shop: Alberto Grifi, Accademia di Belle Arti di Brera, Milano
2001. Work-shop: Vettor Pisani “ Arte e follia, Museo della bestialità: come gli artisti vedono le donne, i bambini e gli
animali”, Magazzini ai Lolli, Palermo
2000. Atelier: Lucy Orta : “ici on peut toucher”- Rennes, France.

da sabato 20 Maggio a lunedì 26 giugno 2017
Muratcentoventidue
Via G. Murat 122/b (Bari)
ingresso libero
Info. 3348714094