Turisti, boutique e ricordi: così un barese riscopre la sua città
Bari – Dopo quindici anni passati lontano – tra nebbie lombarde, biciclette tedesche e tentativi di dimenticare – Gianni, 40 anni, torna a casa.
Non per un evento, non per lavoro… perché, semplicemente, non ne poteva più di non esserci.
E come ogni barese di ritorno, inizia da via Sparano… quel corridoio lucido dove ogni passo fa rumore dentro.
Via Sparano lo accoglie come una ex ben truccata: bellissima, tirata a lucido, un po’ più fredda, ma un po’ più viva.
Tutto è bello, le vetrine spendono…ordinato…pulito.
I grandi marchi hanno invaso via Sparano come nobili in vacanza: eleganti, distanti, costosi.
Dentro si vende il silenzio, il minimalismo e cappotti da 3.000 euro… ad agosto.
Ma c’è quella sensazione di museo, dove puoi guardare tutto, ma toccare niente.
E comprare… ancora meno.
Ma la vera sorpresa arriva sotto forma di trolley che rimbalzano sui mattoni, cartine srotolate, ragazzi e ragazze con le macchine fotografiche al collo e gruppi in fila davanti a palazzo Mincuzzi.
“Com’è che nel frattempo Bari è diventata turistica? Quando sono partito, al massimo veniva un cugino da Trani a trovare la zia.”
Ora ci sono coppie francesi che fotografano i portoni, tedeschi che chiedono dove mangiare la focaccia “quella vera” e souvenir col San Nicola stilizzato come una figurina pop.
“Bari è cambiata. È come se avesse deciso di piacere anche agli altri, proprio quando io non c’ero.”
Gianni cammina come se avesse dimenticato il passo della città, le facce gli scorrono accanto, lucide ma vuote.
Non c’è più chi saluta, chi fischia, chi chiacchiera, i gruppi in un angolo…solo una processione lenta di corpi eleganti.
Ragazzi vestiti di tendenze, signore cariche di stile e quel senso condiviso – ma mai detto – di essere tutti lì per farsi vedere, ma nessuno per davvero incontrarsi.
Dopo la passeggiata in via Sparano, il corpo chiede riposo, ma l’anima chiede mare.
Gianni si sposta verso il lungomare. Parcheggiare è un’odissea … quello non cambia mai … ma alla fine ce la fa. Scende a Pane e Pomodoro.
Tanta gente … Qualcuno ride… Un venditore di cocco passa con la voce di sempre, ma le casse bluetooth ora suonano trap napoletano con l’autotune. I volti cambiano, ma la gente è la stessa.
Gianni si siede sul muretto, come faceva da ragazzo solo che ora non c’è più nessuno ad aspettarlo.
Eppure, sente che c’è tutto.
Tira fuori un pezzo di focaccia dal sacchetto, ormai un po’ unto e sciupato, lo mangia piano.
Morde anche i ricordi.
Mentre il sole si abbassa, Gianni guarda l’acqua e capisce che a volte non serve restare per appartenere.
Che si può anche fuggire, ma certe città restano incollate addosso…Come l’odore della focaccia…come il silenzio tra due onde.
“Bari non ti chiede nulla.
Ma quando torni, ti riconosce.
E anche se non ti abbraccia… ti fa spazio”
In quel momento, senza musica e senza applausi, Gianni lo capisce:
non era tornato a cercare qualcosa…era tornato per ricordare che non l’aveva mai perso.



