Colonna della Giustizia

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La Colonna della Giustizia sorge accanto al Palazzo del Sedile, sulla parte sinistra di Piazza Mercantile. Chiamata dai Baresi “colonna infame”, era in realtà la struttura cui venivano incatenati ed esposti al pubblico ludibrio i debitori insolventi, i bancarottieri e i falliti: era, insomma, la gogna cittadina. Secondo alcuni studiosi, la colonna sarebbe stata eretta verso la metà del Cinquecento, per volontà del viceré spagnolo Pietro di Toledo, che emanò un decreto per rendere meno dura la pena della berlina.
Il manufatto è costituito da una colonna di marmo bianco, sormontata da una sfera, e da un leone di pietra, di proporzioni naturali, che le sta accovacciato alla base. Esso porta sul petto un collare con incisa la scritta Custos Iusticiae, ossia custode della giustizia. Pare che i condannati fossero messi a cavallo di quest’animale, col sedere scoperto e le mani incatenate alla colonna.


Reliquie di San Nicola

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Le ossa di San Nicola. Foto scattata in occasione della ricognizione canonica del 1953.
Nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1953 fu eseguita – alla presenza di una speciale Commissione Pontificia, presieduta da S. Ecc. Mons. Enrico Nicodemo, Arcivescovo di Bari – la ricognizione Canonica dei resti scheletrici rinchiusi nella Tomba di S. Nicola, situata sotto l’altare maggiore della Cripta della Basilica Nicolaiana di Bari. Questa ricognizione costituiva un avvenimento assolutamente eccezionale, dato che per ben 866 anni nessuno aveva potuto toccare ne vedere le Ossa del nostro Santo Taumaturgo, ne d’altronde la Chiesa sarebbe mai addivenuta alla decisione di fare la ricognizione dello scheletro presente in questa tomba, se non fossero stati urgenti ed indispensabili alcuni imponenti lavori di restauro e di consolidamento della Chiesa con opere interessanti le pareti e il pavimento stesso della Cripta. La necessaria rimozione temporanea dei pesantissimi lastroni ricoprenti la tomba ha concesso di portare allo scoperto ed all’esame diretto il complesso dei resti ossei, che nel lontano 1089 furono collocati dalle stesse mani di Papa Urbano II nel fondo del loculo monolitico della tomba. A me fu dato l’incarico di riconoscere ed elencare i pezzi ossei esistenti e quelli mancanti dello scheletro contenuto nella tomba scoperchiata; in tale indagine anatomica fui aiutato dal collega dottor Alfredo Ruggieri, medico di Bari. Il loculo (aperto verso le ore 23 del 5 maggio) mostrò nel suo fondo rettangolare ossa sparse senza alcun particolare ordine sistematico (il che dimostrava che non era stato di certo un conoscitore di anatomia ad averle precedentemente deposte), con il cranio situato al centro di una estremità del loculo, e con i pezzi, in parte frammentari, di ossa lunghe e di ossa brevi accumulate irregolarmente di torno; il cranio era ben collocato con la base poggiata in basso. Insieme ai minuti frammenti ossei, presenti in gran numero, abbiamo trovato anche del piccolo pietrisco, che presumibilmente dovette essere stato trasportato nel momento del frettoloso trafugamento delle ossa effettuato dai coraggiosi marinai baresi.
Tutti i pezzi ossei si trovavano immersi in un liquido limpido, simile ad acqua di roccia, occupante il fondo del loculo per l’altezza di circa 2 cm; le parti delle ossa che sovrastavano al pelo dell’acqua risultavano tutte umide, mentre tutti gli spazi midollari delle ossa spugnose sbrecciate si trovavano colme di acqua e abbondantemente gocciolanti al sollevamento dei pezzi scheletrici.Devo dire che, dopo la estrazione di tutti i pezzi ossei e di tutto il liquido, il loculo fu ben prosciugato ed accuratamente esplorato nelle sue pareti a forte illuminazione: il loculo risulto monolitico, di pietra compatta e dura e privo di qualsiasi incrinatura nelle spessissime pareti. Lo scheletro e risultato appartenente ad un solo e ad uno stesso individuo ed è costituito da ossa molto fragili e molto frammentate. Il cranio é di esso la parte meglio conservata, il che fa credere che sia stata anche oggetto di maggiore attenzione e pertanto la parte maggiormente protetta durante le operazioni di trafugamento. Il cranio è completo nei suoi segmenti e manca soltanto della metà posteriore della emimandibola sinistra; i denti sono presenti in gran numero ed alcuni si trovano ancora infissi nei loro alveoli.
La colonna vertebrale e ridotta in frammenti: vi sono tutte e cinque le vertebre del segmento lombare, ma soltanto alcune vertebre del segmento cervicale (la seconda e la settima depezzata), quattro vertebre del segmento toracico in gran parte depezzate, ed unicamente la porzione centrale della base dell’osso sacro. La gabbia toracica è ridotta esclusivamente alle porzioni posterolaterali di quattro coste ossee del gruppo centrale del lato di sinistra e ad una costa bassa dello stesso lato; manca anche dello sterno. L’arto superiore è molto frantumato e depezzato: e rappresentato soltanto da alcuni brevi pezzi superolaterali delle scapole, da un pezzo centrale di un omero, dalle ossa infrante dell’avambraccio e da numerose ossicine dei carpi, dei metacarpi e delle falangi. L’arto inferiore e meglio conservato: dell’osso dell’anca si è trovato però soltanto l’ileo di sinistra, mentre sono perdute le parti restanti, oltrecché le parti superiori dei due femori e gran parte dei peroni. Si sono trovate le rotule, le tibie, e numerose ossa dei tarsi, dei metatarsi e delle falangi.
Quasi tutte le ossa si sono presentate non solo frantumate, più o meno estesamente, ma anche molto spesso sbrecciate per superfici e profondità di varia ampiezza.

Questo complesso scheletrico, che, successivamente alla ricognizione, fu conservato in un’urna di vetro ed esposto alla venerazione dei fedeli per quattro anni (per il periodo cioè che e stato indispensabile per la esecuzione dei lavori predetti di restauro) è stato alla fine sottoposto ad un secondo esame anatomico, precisamente ad un esame antropologico, nella notte tra il 7 e l’8 maggio 1957, subito prima della rideposizione, con lo scopo di fissare e conservare le immagini e le caratteristiche dei singoli pezzi ossei, oltrecchè con il fine, più importante, di ricostruire la figura fisica, ed eventualmente la figura pittorica, del soggetto a cui lo scheletro appartenne. In tale operazione antropometrica mi sono giovato della collaborazione dei miei colleghi dott. Ruggieri Alfredo e dott. Venezia Luigi. Le tecniche da me adottate per tale lavoro antropologico sono state svariate, ed alcune di queste – da me ideate – sono state anzi messe in atto per la prima volta in occasione dell’esame ricostruttivo suddetto: io le descrivo minutamente in una ampia relazione scientifica che ho presentata alle Autorità Ecclesiastiche, alla quale relazione sono state annesse anche le numerose riproduzioni fotografiche e radiografiche delle parti scheletriche esaminate, oltrechè le tabelle dei valori metrici effettivi riscontrati nelle misurazioni delle ossa ritrovate. Uno studio lungo e paziente, effettuato con una metodica sistematica, mi ha permesso in secondo tempo di riconnettere tra loro i frammenti presenti di ciascun segmento osseo depezzato e poi di ricostruire tutto quanto lo scheletro articolato, in modo da conoscere infine di esso anche tutti i valori metrici presumibili secondo i rapporti di proporzionalità. Lo studio del complesso dei dati antropometrici, siffattamente raccolti ed elaborati, ci ha potuto fare effettuare molte ed importanti considerazioni. I resti ossei appartengono ad uno scheletro multisecolare, cosi come lo dimostra il fatto che essi sono estremamente fragili, assottigliati nello spessore, intimamente impregnati di pigmento brunastro, e molto frantumati.
La presenza dei numerosi frantumi ossei ci fa capire che i pezzi scheletrici, sottratti dai marinai baresi dalla tomba di Mira, dovettero essere gia in quell’epoca stessa, nel 1087, molto facilmente friabili e pertanto gia da allora di conservazione secolare. É presumibile che nelle operazioni dell’affrettato trafugamento, dovette essere trasportato, insieme alle ossa, anche del pietrisco, e che non fu più possibile, ai nuovi depositari delle reliquie, riconoscere e separare il pietrisco stesso dalle ossicine brevi e dai più minuti frammenti ossei. I resti scheletrici sono appartenuti inoltre ad individuo di età avanzata, e precisamente ad un uomo di età superiore ai 70 anni.
Ciò e dimostrato dal fatto che le ossa – in rapporto alla corporatura – presentano rilievi ed impronte abbastanza ben sviluppati, quali sono appunto più facilmente riscontrabili nei soggetti di sesso maschile. Il cranio infine dimostra una avanzata sinostosi delle suture della volta, anche delle pareti laterali (oblilaterazione delle suture temporo-parietali), quale si prese nta precisamente negli individui di età superiore al settimo decennio. I dati anatomici, che abbiamo fino a questo momento descritti, non sono quindi affatto in contrasto con la tradizione storica che ammette che lo scheletro in esame sia appartenuto al Santo Vescovo di Mira, Nicola di Patara, Patrono di Bari. La cronaca storica ci fa sapere che S. Nicola morì intorno ai 75 anni (secondo alcuni pero a 72 anni e secondo altri a 80 anni), il 6 dicembre 350 dopo Cristo, 1607 anni fa. Nel 1087, epoca del trafugamento e della traslazione delle Sacre ossa, erano quindi trascorsi di già 737 anni; è comprensibile pertanto che, dopo più di 7 secoli, le ossa dovessero essere spiccatamente fragili e che dovessero facilmente frammentarsi, sia perché raccolte affrettatamente da mani robuste e non aduse a trattare oggetti molto delicati, sia perché la loro traslazione avvenne per via mare e presumibilmente senza sufficiente protezione dagli urti provocati dagli ondeggiamenti della caravella. L’aspetto che presenta il corpo della settima vertebra cervicale fa supporre che qualcuno, in quella circostanza, abbia voluto conservare una reliquia del Santo, asportando a taglio netto, con un forte coltello, una sottile fetta di osso. I resti ossei sono appartenuti ad individuo di media altezza e di corporatura compresa tra il tipo mediolineo e il tipo longilineo; si è potuto assodare infatti – a mezzo delle operazioni di ricostruzione – che la statura corporea in piedi deve essere stata intorno ai m. 1,67, che la larghezza delle spalle deve essersi aggirata intorno ai 40 cm. e che la circonferenza toracica deve essersi mantenuta sugli 86 cm. o poco al di sopra. Se noi per dare un’idea concreta e pratica volessimo adoperare guanti per mani delle stesse dimensioni di quelle del Santo o anche scarpe corrispondenti, dovremmo usare il n. 8 e rispettivamente il n. 41 (la mano è infatti lunga 19 cm. e larga 8,7 cm. il piede è lungo 26 cm. e largo 10 cm.).
La capacità del cranio è risultata media (cc. 1510) cosi come è risultata di valore medio la circonferenza cranica (cm. 52,4). La testa è di normale conformazione, appena tendente alla forma allungata (subdolicocefalia). La faccia è risultata in prevalenza corta e larga, nel contempo che il mento si trova spinto in avanti poco più che di norma. La fronte è ampia, le orbite sono piuttosto larghe, il naso è di medie dimensioni e leggermente prominente con radice ben incavata, gli zigomi sono leggermente sporgenti lateralmente, il palato è largo, il mascellare è leggermente prognato, la dentatura è robusta. Lo studio della dentatura ha dimostrato inoltre che il Santo fu portatore di una anodontia degli ultimi molari, che i processi di carie dentaria furono in Lui poco estesi e che la Sua alimentazione abituale dovette essere prevalentemente vegetariana, stante la forte sgualivatura trasversale delle superfici trituranti dei molari e dei premolari. Le caratteristiche somatiche scheletriche riscontrate, ed in particolar modo quelle craniche, hanno permesso di assodare che la razza, alla quale appartenne il soggetto in esame, e la Razza bianca europoide mediterranea, e, potremmo aggiungere della varietà orientalide. Si e potuto escludere che il cranio in esame sia appartenuto ad individuo della razza alpina armena, stante il fatto che i soggetti di tale razza hanno cranio prevalentemente tondo, brachicefalo, ed occipite fortemente schiacciato, appiattito, caratteri questi mancanti nelle nostre reliquie. Se vogliamo confrontare tra loro tre campioni della razza mediterranea, S. Domenico, oriundo della Spagna, Dante Alighieri, oriundo dell’ Italia e S. Nicola, oriundo dell’Asia Minore, possiamo dire che S. Nicola si trova collocato nel mezzo, a riguardo dei valori della grandezza cranica; le capacità craniche ad esempio sono appunto rispettivamente di 1473 cc. in S. Domenico, di 1510 cc. in S. Nicola, di 1554 cc. in Dante. Gli Orientalidi (mediterranei del versante orientale) possedevano pelle tendenzialmente più brunastra di quella dei tipi razziali del Mediterraneo centrale ed occidentale, similmente a come furono trovate le Reliquie quanto si verifica ancora oggi nei cosiddetti tipi levantini.

A priori si esclude che il popolo turco attuale possa avere avuto alcuna affinità razziale con il nostro Santo, dato che i Turchi invasero dal Turkestan l’Asia Minore circa 500 anni dopo la morte del nostro Taumaturgo.

CLASSIFICAZIONE DELLE OSSA:
La mancanza dei caratteri antropologici cutanei limita, in indagini di questo genere, le possibilità di precisazione dei tipi razziali da discriminare: comunque, nel loro insieme, fanno propendere a riconoscere nello scheletro in esame la varietà orientalìde, la statura, la costituzione prevalentemente longilinea, la robustezza media dello scheletro, la dolicocefalia, la faccia pentagonoide allungata nel mento, il dorso nasale prominente, la media larghezza nasale, la fronte ampia, gli zigomi larghi, 1’occipite arrotondato. Una ultima considerazione ci rimane a fare, a conclusione della nostra indagine. Posso dire che S. Nicola portò sempre con sè, fino alla Sua morte, il morso delle sofferenze patite per amore del Signore, al quale aveva offerta la Sua vita. La storia ci dice che S. Nicola languì per più anni in umidi e malsane prigioni, dall’età di 51 anni: l’esame delle vertebre toraciche ha rivelato che il soggetto da noi studiato soffrì di artrite cronica vertebrale apofisaria, di grave entità, sì da esitare in anchilosi (spondiloartrite anchilosante). La indagine radiologica condotta sul cranio ha fatto scoprire anche una causa di sofferenza cefalica, evidenziata da un forte ispessimento osseo interno della teca cranica, molto esteso e molto accentuato (iperostòsi endocraniòsica diffusa).
I dolori rachidei ed i dolori cefalici dovettero ricordare probabilmente a Lui quanto il carcere possa lasciare lungamente nel corpo i segni della sofferenza. Ritengo che un esame anatomico, effettuato dopo ben 1600 anni dalla morte del soggetto abbia svelato già molti dei segreti conservati nella tomba. Io ho cercato però di spingermi ancora oltre ed ho voluto tentare di vedere il volto del nostro Santo sopra i resti ossei che di Lui ci sono rimasti. Avendo avuto a disposizione numerose riproduzioni fotografiche del cranio facciale, in proiezioni svariate, frontale, laterale ed oblique, ho pensato di rappresentare su carta lucida, che fosse perfettamente trasparente, il disegno delle varie parti molli (contorno cutaneo della testa, disegno dei sopraccigli, delle palpebre e degli occhi, del naso, delle labbra, del mento, delle guance, della barba) poste a ridosso delle formazioni scheletriche ossee corrispondenti. Le diverse figure facciali, che ho ottenuto, hanno avuto una caratteristica comune molto importante, quella della rassomiglianza dei volti, per cui si poteva ben dire al loro esame che fossero aspetti diversi di uno stesso individuo. Tale fatto ha, secondo me, un valore particolarmente notevole, e potrebbe convincerci che in effetti il viso che è apparso nei vari disegni, certamente proporzionato allo scheletro sottostante, non dovrebbe essere molto dissimile da quello vero. Se il volto di S. Nicola dovesse corrispondere in realtà a quello che ho potuto ottenere dal disegno della maschera facciale eseguito sulla figura dello scheletro cranico, si potrebbe ben dire che l’effigie del nostro Taumaturgo era veramente illuminata da una luce di bontà e di idealismo ascetico quale il viso piuttosto scarno, i grandi occhi e l’ampia fronte sembrano dolcemente riflettere intorno a loro. Tra le varie effigi pittoresche del nostro S. Vescovo di Mira, che fino ad oggi ho avuto possibilità di conoscere, quella, che più d’ogni altra mi risulta più vicina ai dati antropometrici da me riscontrati, è l’effige presente nel mosaico raffigurante la Vergine con i Santi Nicola e Giovanni Battista esistente nella Cappella di S. Isidoro della Basilica di S. Marco in Venezia. Le ossa del nostro Santo Taumaturgo riposano ora nuovamente nella loro tomba gloriosa, che come pegno di fede e di amore rimane a congiungere tra loro l’Oriente e l’Occidente Cristiano, in quella Bari che è destinata a divenire, prima o poi, l’anello di saldamento dei popoli dell’una e dell’altra parte, in quella grande pace dei cuori che tutti auspicano e profondamente desiderano.

(relazione del prof. Luigi Martino, docente di Anatomia umana normale dell’Università di Bari,
Bollettino di san Nicola, numero speciale, aprile-dicembre 1957).


Antica statua di San Nicola, Vescovo di Myra

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Questa foto ritrae l’antica statua di San Nicola da Bari, Vescovo di Mira. L’oggetto venne sottratto nell’inverno del 1976 dal Santuario omonimo posto sul colle di Castello, e, a quanto ci è dato da vedere dalla foto, era un’opera artistica non di grande valore e bellezza, ma testimone di un tempo dove con pochi mezzi e senza molti sfarzi si cercava comunque di onorare la religiosità. Le fattezze della statua sono comuni a quelle della tradizione ortodossa. Infatti nell’aspetto è molto simile a quella posta esternamente alla Chiesa Russa di Bari dedicata a San Nicola, appunto. La venerazione del Santo nel nostro paese ha origini antichissime, risalenti al periodo della dominazione bizantina del nostro territorio: dapprima una “rozza immagine” appesa ad un albero, raccoglieva intorno a se i pochi abitanti di Furinum. Qualche secolo dopo fu eretta una cappella, che la tradizione tende ad identificare con l’ossario posto all’esterno, sulla sinistra, dell’attuale corpo di fabbrica del santuario. Sempre per narrazione di padre in figlio, come ci riferisce il Padre Tornatore (vedi “Storia di Forino”), verso il Mille vi fu collocata l’ immagine “che ancora oggi si venera” (anni ’30). Dice ancora il Tornatore “…che essa sia di quell’ epoca non ve dubbio, anche per chi è profano in arte. Il Santo vi è effigiato nei suoi paludamenti vescovili e seduto, in atto di benedire. Il volto ha un pò dell’irato. L’artista volle ritrarlo forse nell’ atto in cui ammonisce Ario e difende la divinità di Gesù Cristo. L’ immagine, tutta in legno, è finemente lavorata”. Queste sono le considerazioni del Tornatore, il quale ci ricorda in questo passo la partecipazione del Vescovo di Mira al Concilio di Nicea del 325. Tornando alla storia della statua, sono poche sono le notizie al riguardo.

Le visite al santuario e quindi all’effigie del Santo sono state continue nei secoli, ma mai la statua venne portata in processione per le strade di Forino. Finché, nel 1866, un’epidemia di colera si propagò nel nostro paese senza però provocare vittime. Il fatto fu visto come frutto della protezione del Patrono di Forino, e solo allora si tenne la prima processione che tutt’oggi si svolge verso la fine del mese di luglio. Quella fu l’unica volta che la vecchia statua del Santo venne portata in processione per le strade di Forino, alla luce di decine di falò. Già l’anno dopo, venne sollecitamente realizzata l’attuale statua, quella da noi tutti conosciuta, portata puntualmente da allora in processione ogni anno. E qui di nuovo si perdono tracce scritte della statua, fino al furto nel 1976. Ce ne dà triste notizia in vari suoi scritti, molto amareggiato, l’avv. Gennaro Vespucci, descrivendo la sottrazione come un atto compiuto da “…mani sacrileghe, frutto di una società corrotta e permissiva…”. Come potergli dare torto! In quegli anni furono molti i furti in danno al patrimonio culturale della comunità forinese, la quale perse pezzi importanti di storia dispersi tra i cosiddetti “collezionisti d’arte” che più che collezionisti sono da considerarsi “accaparratori”. Ma questa è un’altra storia.


La storia di San Nicola di Bari

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Nicola nacque probabilmente a Pàtara di Licia, in Asia Minore (attuale Turchia), tra il 260 e il 280, da Epifanio e Giovanna che erano cristiani e benestanti. Fu cresciuto cristianamente, quindi, ma perse prematuramente i genitori a causa della peste. Divenne così erede di un ricco patrimonio che impiegò per aiutare i bisognosi. Si narra che Nicola, venuto a conoscenza di un ricco uomo decaduto che voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione perché non poteva degnamente maritarle, abbia preso una buona quantità di denaro, lo abbia avvolto in un panno e, di notte, l’abbia gettato nella casa dell’uomo, che così poté onestamente sposare le figlie. In seguito lasciò la sua città natale e si trasferì a Myra dove venne ordinato sacerdote. Alla morte del vescovo metropolita di Myra, venne acclamato dal popolo come nuovo vescovo. Un’altra leggenda non fa riferimento alle figlie del ricco decaduto, ma narra che Nicola, già vescovo, resuscitò tre bambini che un macellaio malvagio aveva ucciso e messo sotto sale per venderne la carne. Anche per questo episodio S. Nicola è venerato come protettore dei bambini. Imprigionato ed esiliato nel 305 da Diocleziano, fu poi liberato da Costantino nel 313 e riprese l’attività apostolica. Non è certo che sia davvero stato uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nizza del 325, durante il quale avrebbe condannato duramente l’arianesimo, difendendo la verità cattolica, ma la leggenda ci tramanda che in un momento d’impeto prese a schiaffi Ario. Gli scritti di S. Andrea di Creta e di S. Giovanni Damasceno ci confermano l’ortodossa fede di Nicola. Nicola si occupò anche del bene dei suoi concittadini, ottenne dei rifornimenti durante una carestia e ottenne la riduzione delle imposte dall’Imperatore. Morì a Myra il 6 dicembre, presumibilmente nell’anno 343, forse nel monastero di Sion, e già allora si diceva compisse miracoli; tale convinzione si consolidò dopo la sua morte, con il gran numero di leggende che si diffusero ampiamente in Oriente, a Roma e nell’Italia meridionale. Le sue spoglie furono conservate con grande devozione di popolo, nella cattedrale di Myra fino al 1087. Grande è la venerazione a lui tributata dai cristiani ortodossi. Quando Myra cadde in mano musulmana, Bari (al tempo dominio bizantino) e Venezia, che erano dirette rivali nei traffici marittimi con l’Oriente, entrarono in competizione per il trafugamento in Occidente delle reliquie del santo. Una spedizione barese di 62 marinai, tra i quali i sacerdoti Lupo e Grimoldo, partita con tre navi di proprietà degli armatori Dottula, raggiunse Myra e si impadronì delle spoglie di Nicola che giunsero a Bari il 9 maggio 1087 : Nicola di Myra diventa, così, Nicola di Bari. Dopo la collocazione provvisoria in una chiesa cittadina, il 29 settembre 1089, le spoglie di Nicola trovano sistemazione definitiva nella cripta, già pronta, della basilica che si sta innalzando in suo onore. È il Papa in persona, Beato Urbano II (Ottone di Lagery, 1088-1099), a deporle sotto l’altare della cripta. Da allora S. Nicola divenne patrono di Bari e le date del 6 dicembre (giorno della morte del santo) e 9 maggio (giorno dell’arrivo delle reliquie) furono dichiarate festive per la città. S. Nicola è famoso anche al di fuori del mondo cristiano perché la sua figura ha dato origine al mito di Santa Claus (o Klaus), conosciuto in Italia come Babbo Natale.


Cattedrale di San Sabino

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Sorta tra il XII e il XIII secolo, probabilmente verso l’ultimo trentennio del 1100, su un più antico luogo di culto, ossia sulle rovine del Duomo bizantino distrutto da Gugliemo I detto il Malo (1156); a destra del transetto è possibile osservare tracce del pavimento originario che si estende sotto la navata centrale.

La presenza della Diocesi nella Cattedrale di Bari, infatti, risale al Vescovo Concordio, che fu presente al Concilio Romano del 465.

L’antica chiesa episcopale è databile perlomeno al VI secolo. Sotto la navata centrale si trovano i resti di una antica chiesa, risalente ad un periodo precedente al primo millennio. Questa è strutturata in un ambiente a tre navate, con pilastri quadrati, volte a crociera costruite con blocchi di pietra posti a spina di pesce. Inoltre sono state trovate fondazioni che indicano la presenza di un edificio absidato il cui asse doveva essere dispostato leggermente obliquo rispetto a quello dell’attuale cattedrale. Su uno dei mosaici pavimentali un’iscrizione in cui compare il nome del Vescovo Andrea (758 – 761), fa pensare che si trattasse della prima cattedrale distrutta nell’IX – X secolo. Al posto di questa chiesa sorge la cripta della cattedrale attuale, l’episcopio di Santa Maria, che probabilmente è l’edificio in questione. Nella prima metà dell’XI secolo l’arcivescovo di Bisanzio (1025 – 1035) fece costruire una nuova chiesa terminata poi da Nicola I (1035 – 1061) e Andrea II (1061 – 1068), suoi successori. Questa chiesa fu poi distrutta da Guglielmo il Malo, durante la distruzione dell’intera città (fu risparmiata solo la Basilica di San Nicola) che egli compì nel 1156.
L’arcivescovo Rainaldo alla fine del XII secolo iniziò la ricostruzione dell’edificio. Nella cripta sono conservate le reliquie di San Sabino, vescovo di Canosa, nell’altare maggiore. Trasportato il busto argenteo di San Sabino nell’archivio capitolare, oggi è venerata l’icona della Madonna Odegitria secondo la tradizione giunta dall’Oriente nel VIII secolo, ma in realtà più tarda e dal culto molto antico.
Nelle absidi minori vi sono due sarcofagi: uno contiene le reliquie di Santa Colomba, di recente restaurate, e l’altro reliquiari vari. Nella sagrestia di destra è collocato un altare con un dipinto raffigurante, probabilmente, San Mauro, ritenuto primo vescovo di Bari. L’attuale Cattedrale è quindi il risultato di lavori iniziati subito dopo la distruzione operata da Guglielmo il Malo. Per l’opera furono usati materiali provenienti dalla chiesa precedente e da altri edifici distrutti. Consacrata il 4 ottobre 1292, la chiesa si rifà allo stile della Basilica di San Nicola. L’edificio ha poi subito una serie di rifacimenti, demolizioni ed aggiunte a partire dal XVIII secolo. Durante il XVIII secolo la facciata, l’interno delle navate, l’interno della Trulla (l’antico battistero del XII secolo, oggi sacrestia) e la cripta furono rifatte in forme barocche su progetto di Domenico Antonio Vaccaro. L’arredo interno fu invece riportato alle antiche fattezze romaniche negli anni cinquanta del XX secolo.


Basilica Pontificia di San Nicola

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La basilica di San Nicola (Chiìse de Sanda Necòle in barese) nel cuore della città vecchia di Bari, è uno dei più fulgidi esempi di architettura del romanico pugliese. Ha la dignità di Basilica minore.
Fu costruita in stile romanico tra il 1087 e il 1100, durante la dominazione normanna. L’edificazione della basilica è legata alle reliquie di san Nicola, traslate, per la parte più appariscente, da sessantadue marinai baresi dalla città di Myra, in Licia, e giunte a Bari il 9 maggio 1087.

Le reliquie vennero ospitate provvisoriamente presso il monastero di san Benedetto retto dall’abate Elia, il quale promosse subito l’edificazione di una nuova grande chiesa per ospitarle. Fu scelta l’area che sino a pochi anni prima aveva ospitato il palazzo del catapano ,(governatore) bizantino, distrutto durante la ribellione per le libertà comunali e che Roberto il Guiscardo aveva donato l’anno prima all’arcivescovo Ursone; i lavori furono avviati a luglio dello stesso anno. Il 1º ottobre 1089 le reliquie furono trasferite nella cripta della basilica da papa Urbano II giunto appositamente a Bari.

Ad ottobre del 1098 nella cripta della basilica ancora in costruzione si tenne il II Concilio di Bari, convocato dallo stesso Urbano II, al quale presero parte circa 185 arcivescovi, vescovi ed abati, oltre ad ecclesiastici di grado inferiore.

La costruzione della basilica, frutto di almeno tre fasi successive, si concluse nel 1103 quando una pergamena parla della Basilica già constructa. La lapide di consacrazione del 1197 che alcuni interpretano come fine dei lavori era un atto devozionale dell’imperatore Enrico VI che, a ricordo del padre Federico Barbarossa, partiva per la Crociata chiedendo la benedizione di San Nicola.
La basilica, considerata uno dei prototipi delle chiese romanico-pugliesi, sorge isolata a poca distanza dal mare.

La facciata a salienti, semplice e maestosa, è tripartita da lesene, coronata da archetti e aperta in alto da bifore e in basso da tre portali, dei quali il mediano, a baldacchino su colonne, è riccamente scolpito. Due torri campanarie mozze, di diversa fattura, fiancheggiano la facciata. I fianchi si caratterizzano per le profonde arcate cieche (sopra le quali corrono loggette a esafore) e le ricche porte. Arcate cieche in basso e bifore in alto animano le alte testate del transetto e la parete continua absidale, ornata al centro da un grande finestrone.

L’interno presenta uno sviluppo planimetrico a croce latina commissa. Il corpo longitudinale è diviso in tre navate da dodici colonne di spoglio (sei per lato, con le prime quattro binate, cioè affiancate a coppie). Il ritmo della navata centrale, con copertura a capriate, è scandito da tre arconi trasversali, aggiunti nel XV secolo in seguito a un terremoto che aveva reso pericolante l’intera costruzione. Mentre i primi due si impostano sulle prime quattro coppie di colonne binate, l’ultimo arcone è retto da due massicci pilastri compositi, posti quasi a metà della navata stessa.

Al di sopra degli archi c’è il piano del matroneo a trifore. Il soffitto è intagliato e dorato accompagnato con riquadri dipinti del XVII secolo. Tre solenni arcate su graziose colonne dividono la navata centrale del presbiterio. L’altare maggiore è sormontato da un ciborio del XII secolo.
Nell’abside centrale degno di nota è il pavimento con tarsie marmoree e con motivi orientaleggianti dei primi decenni del XII secolo assieme alla vigorosa sedia episcopale marmorea del 1105 e anche al monumento di Bona Sforza, regina di Polonia, di scultori del tardo Cinquecento.

Nell’altare dell’abside destro è presente un trittico di Andrea Rico da Candia del XV secolo; nella parete retrostante sono vari resti di affreschi trecenteschi. Sulla destra il ricco altare di San Nicola, in lamina d’argento sbalzato del 1684. Nell’abside sinistro una tavola con Madonna e Santi del 1476.
Il ciborio soprastante l’altare, realizzato prima del 1150, è il più antico della Puglia. Quattro colonne di marmo antico, le antistanti in breccia rossa, le posteriori in breccia viola, sostengono il baldacchino, composto da due tiburi piramidali a base ottagonale sovrapposti, sorretti da due serie di colonnine con elaborati capitelli. Splendidi sono i capitelli che concludono le colonne databili del terzo decennio del XII secolo. Quelli anteriori recano figure angolari di angeli, quelli posteriori sono ornati, uno da figure di animali, l’altro da motivi vegetali.
Uno dei maggiori capolavori scultorei del romanico pugliese è conservato all’interno della basilica: si tratta di una cattedra episcopale realizzata al termine dell’XI secolo.

La cattedra è ubicata dietro al ciborio, al centro del presbiterio e del mosaico che la riveste. Caratterizzata da un’ornamentazione molto curata, operata in parte a niello, ha il sedile elegantemente traforato negli alti braccioli, sostenuto da espressive figure in altorilievo e a tuttotondo, i telamoni. Sul dorso ci sono due leonesse intente a sbranare due uomini.

Da un’iscrizione posta sul retro del sedile, che lega l’opera alla figura dell’abate Elia, arcivescovo di Bari e Canosa, si è fatto risalire il lavoro agli anni tra il 1098 e il 1105. Se tale datazione fosse accertata, la cattedra costituirebbe uno dei primi lavori del romanico pugliese. In realtà l’opera è da collocarsi più probabilmente nella prima metà del XII secolo per la vitalità e la maturità dei rilievi.
Nel braccio sinistro del transetto, a pavimento, si trova l’organo a canne della basilica, costruito nel 1999 da Francesco Zanin. Lo strumento, a trasmissione mista (meccanica per i manuali e il pedale, elettrica per le combinazioni e i registri), ha tre tastiere di 56 note ciascuna ed una pedaliera dritta di 30.


Parrocchia del Redentore

In Bari tanto tempo fa,Galleria Foto il

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Agli inizi del 1900, per iniziativa del canonico Beniamino Bux, fu costruita una parte dell’Istituto Redentore ed una annessa chiesetta. Nel 1905, il tutto fu affidato ai sacerdoti della Società Salesiana di don Bosco. Il quartiere divenne sempre più popoloso e le esigenze pastorali degli abitanti aumentavano, sicché, nel 1929, iniziò la costruzione dell’attuale tempio che, il 29 aprile 1935, l’arcivescovo di Bari mons. Marcello Mimmi benedisse ed inaugurò. La chiesa del Redentore fu eretta a parrocchia dallo stesso arcivescovo Marcello Mimmi il 6 gennaio 1941 ed in data 11 novembre 1986, ottenne il riconoscimento del civile dal Tribunale di Bari.
La parrocchia è una delle più grandi dell’Arcidiocesi di Bari – Bitonto.

E’ dislocata su un vasto territorio compreso tra le vie Brigata Bari, via F.sco Crispi, Via Libertà, Via Crisanzio, Via Manzoni, C.so Italia e Via Martiri d’Otranto.